Dopo poco più di due settimane in custodia cautelare, Zaccaria Mouhib, conosciuto al grande pubblico con il nome d’arte Baby Gang, torna a far parlare di sé non per un nuovo singolo ma per un provvedimento giudiziario che segna una svolta nella sua vicenda detentiva. Il gip di Milano ha infatti accolto la richiesta presentata dalla difesa del trapper, disponendo il trasferimento dell’artista ai domiciliari, con l’applicazione del braccialetto elettronico, in una comunità terapeutica della provincia milanese. L’obiettivo dichiarato: intraprendere un percorso di disintossicazione.
Mouhib, ventiduenne di origini marocchine cresciuto nella periferia milanese, era stato arrestato lo scorso 11 settembre con l’accusa di detenzione di una pistola clandestina. Secondo quanto emerso dalle indagini, l’arma, una semiautomatica risultata priva di matricola, sarebbe stata rinvenuta all’interno di un’abitazione a lui riconducibile. La misura della custodia cautelare in carcere era stata inizialmente ritenuta necessaria per il rischio di reiterazione del reato, ma anche per la complessiva pericolosità sociale del giovane artista, già noto alle forze dell’ordine per precedenti episodi di violenza e resistenza a pubblico ufficiale.
L’avvocato di Baby Gang ha tuttavia lavorato nelle ultime settimane per ottenere un allentamento delle misure restrittive, presentando un’istanza articolata e sostenuta da una proposta concreta di riabilitazione all’interno di una struttura specializzata. Il giudice per le indagini preliminari ha valutato positivamente il piano terapeutico, ritenendo attenuate le esigenze cautelari. Non più, dunque, la cella, ma una forma di detenzione alternativa che consente a Mouhib di iniziare un percorso riabilitativo sotto stretta sorveglianza.
Si tratta di una svolta significativa, non solo sotto il profilo giudiziario, ma anche simbolico, per una figura controversa del panorama musicale italiano. Baby Gang è infatti uno degli esponenti più noti e discussi della scena trap nazionale, con milioni di visualizzazioni su YouTube e un pubblico giovane e fedele. La sua carriera, spesso intrecciata con episodi di cronaca nera, è emblematica di un fenomeno che mescola rabbia generazionale, disagio sociale e una visibilità mediatica senza precedenti.
Le sue liriche, crude e dirette, raccontano la vita di strada, la marginalità, l’emarginazione e l’identità multiculturale delle nuove generazioni cresciute nelle periferie italiane. Ma l’autenticità del racconto spesso si è intrecciata con comportamenti che hanno attirato l’attenzione della magistratura. Negli ultimi anni Mouhib è stato coinvolto in diverse inchieste, culminate proprio nell’arresto di settembre.
La scelta del giudice di optare per una misura alternativa alla detenzione carceraria rappresenta, almeno nelle intenzioni, una possibilità concreta di recupero personale per l’artista, il quale – come si apprende da fonti vicine alla difesa – avrebbe manifestato la volontà di “riprendere in mano la propria vita”. Nella comunità terapeutica, dovrà sottostare a un regime rigoroso, che include terapie, controlli e un percorso strutturato di disintossicazione, le cui modalità non sono state rese pubbliche per ragioni di riservatezza.
Resta tuttavia alta l’attenzione degli inquirenti, che continueranno a monitorare la condotta del giovane anche durante la permanenza in comunità. Qualsiasi violazione delle prescrizioni imposte dal tribunale potrebbe comportare il ritorno in carcere.
La scarcerazione di Baby Gang si inserisce in un contesto più ampio in cui il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento urbano si confronta sempre più spesso con le dinamiche giudiziarie. I casi recenti di altri artisti della scena trap e rap, italiani e internazionali, segnalano una tendenza crescente: il confine tra espressione artistica e comportamento illecito diventa sempre più sottile, richiedendo una riflessione approfondita sul ruolo della cultura urbana nelle dinamiche sociali contemporanee.
Per ora, la giustizia concede a Mouhib un’occasione di riscatto. Starà a lui dimostrare di saperla cogliere, lasciando alle spalle le cronache giudiziarie per tornare – magari – a far parlare di sé solo attraverso la musica.
