6 Ottobre 2026, martedì
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Tensione alla Sapienza: corteo pro-Palestina lancia petardi e vernice contro il Rettorato

Studenti in protesta contro gli accordi accademici con Israele. La rettrice Antonella Polimeni nel mirino del movimento universitario: “Strappa gli accordi con Israele”

ROMA – Un pomeriggio ad alta tensione all’interno dell’Università La Sapienza di Roma, dove la protesta studentesca a sostegno della causa palestinese ha assunto toni accesi e gesti eclatanti. Durante un corteo organizzato da collettivi universitari pro-Palestina, alcuni manifestanti hanno lanciato petardi, fumogeni e vernice colorata contro l’ingresso del Rettorato, sede istituzionale dell’ateneo guidato dalla rettrice Antonella Polimeni.

L’azione, preparata e annunciata da giorni, si inserisce in un contesto di crescente mobilitazione studentesca in diverse università italiane, sulla scia delle proteste scoppiate nei campus americani e diffusesi in numerosi atenei europei. Al centro, la richiesta esplicita agli organi accademici di interrompere ogni collaborazione istituzionale con università e centri di ricerca israeliani, ritenuti complici – secondo i manifestanti – delle politiche del governo Netanyahu e dell’azione militare condotta a Gaza.

Cori contro la rettrice e richieste di rottura con Israele

“Polimeni, siamo fuori al Rettorato”, hanno scandito in coro gli studenti, radunati davanti all’ingresso principale dell’edificio che ospita gli uffici della governance universitaria. “Rettrice, strappa gli accordi con Israele”, è stato l’altro slogan più ripetuto durante il corteo, che si è mosso attraverso i viali interni della Città Universitaria con bandiere, striscioni e interventi al megafono.

Il corteo, inizialmente pacifico, ha assunto tratti più agitati nel momento in cui alcuni partecipanti hanno acceso fumogeni, fatto esplodere petardi e lanciato sacchetti di vernice colorata – presumibilmente simbolica – contro le pareti esterne del Rettorato. Nessun ferito, né contatti diretti con le forze dell’ordine, che hanno monitorato la situazione dall’esterno del perimetro universitario, lasciando alla vigilanza interna il compito di contenere eventuali escalation.

Una mobilitazione che si inserisce in un contesto più ampio

La protesta alla Sapienza non è un episodio isolato. In tutta Italia si moltiplicano le azioni simboliche e i sit-in promossi da studenti universitari, che chiedono alle proprie istituzioni di prendere posizione rispetto al conflitto in Medio Oriente e, in particolare, all’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. I collettivi invocano la fine di ogni rapporto di cooperazione accademica, culturale o scientifica con enti israeliani, invocando il principio del “disinvestimento” come leva politica e morale.

Nel mirino ci sono accordi bilaterali, progetti di ricerca finanziati con fondi europei, partnership con università israeliane e programmi di mobilità internazionale che coinvolgono atenei delle due sponde del Mediterraneo. Alla Sapienza, i manifestanti chiedono alla rettrice Polimeni un atto formale di rottura: la sospensione immediata di tali collaborazioni e una presa di posizione pubblica contro “il genocidio in corso a Gaza”, come riportano nei documenti diffusi sui canali social dei collettivi organizzatori.

La posizione dell’ateneo e l’equilibrismo istituzionale

Finora, l’amministrazione dell’Università ha mantenuto una posizione prudente, nel tentativo di evitare che il confronto degenerasse in scontro. La rettrice Polimeni ha più volte ribadito l’importanza della libertà accademica e del dialogo tra le università come strumenti di pace e confronto interculturale, senza però entrare direttamente nel merito degli accordi contestati.

Tuttavia, le pressioni sul vertice accademico si fanno sempre più forti. Oltre alle proteste, alcuni gruppi di docenti e ricercatori hanno espresso preoccupazione per il clima crescente di polarizzazione e per il rischio che l’università venga strumentalizzata come terreno di battaglia ideologica. In risposta, diversi atenei italiani stanno avviando momenti di riflessione pubblica, tavole rotonde e assemblee per discutere in modo aperto e documentato del conflitto israelo-palestinese e del ruolo che le università possono – o devono – avere in un contesto globale sempre più instabile.

Il nodo della libertà di espressione e dei limiti della protesta

L’episodio di oggi alla Sapienza riaccende il dibattito anche sui limiti della protesta studentesca. Da una parte, la legittimità delle istanze portate avanti dai collettivi, che si richiamano a valori di giustizia internazionale e di solidarietà con il popolo palestinese; dall’altra, il ricorso a forme di azione sempre più tese e provocatorie, che mettono in discussione il rispetto degli spazi comuni, della legalità e del ruolo delle istituzioni universitarie.

Il lancio di petardi e vernice contro un edificio pubblico, in questo senso, rappresenta un salto di qualità nella protesta, destinato a suscitare inevitabili reazioni sul piano politico e mediatico. Alcune voci del mondo accademico parlano già di “gesti inaccettabili” e chiedono sanzioni disciplinari. Altri, pur prendendo le distanze dai metodi, invitano a non ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, sottolineando l’urgenza di ascoltare le ragioni degli studenti.

Uno specchio del disagio giovanile e dell’assenza di risposte politiche

Al di là dei singoli episodi, la protesta alla Sapienza riflette un malessere più profondo: quello di una generazione che si sente esclusa dalle scelte politiche, ignorata nelle sue richieste, e che trova nell’università uno degli ultimi spazi in cui provare a incidere. Il conflitto in Palestina è diventato il catalizzatore di questa frustrazione, ma le sue radici affondano in un terreno ben più vasto: quello dell’assenza di canali di partecipazione reale, del discredito delle istituzioni, della crisi della rappresentanza.

Il rischio, se non si affronta la questione in modo aperto e responsabile, è che la polarizzazione si trasformi in radicalizzazione. E che, nei luoghi nati per formare il pensiero critico e il dialogo, prevalgano invece la contrapposizione sterile e l’incomunicabilità.

La Sapienza – come molte altre università italiane – si trova ora davanti a un bivio: ascoltare, mediare, comprendere, oppure limitarsi a contenere. Ma il clima, dopo il lancio di vernice e petardi, fa capire che il tempo delle risposte rinviate potrebbe essere finito.

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