ROMA – Un sistema fiscale squilibrato, un’evasione endemica che distorce i numeri, e un ceto medio schiacciato dal peso di sostenere, da solo, l’impianto tributario dell’intero Paese. È questa la fotografia nitida, senza ritocchi, che emerge dall’Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, con il sostegno di Cida, la Confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità. Una radiografia economica che racconta l’Italia per come è, non per come appare nei racconti politici: un Paese in cui meno di un terzo dei contribuenti sostiene oltre tre quarti dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), mentre una fetta crescente si sottrae al contributo fiscale o ne rimane formalmente esclusa.
Secondo il report, aggiornato all’ultima tornata di dichiarazioni fiscali, il 72,59% degli italiani dichiara redditi inferiori a 29.000 euro annui, contribuendo solo per il 23,13% del gettito Irpef complessivo. L’onere del finanziamento della spesa pubblica – compresi servizi, welfare, sanità, pensioni – ricade in maniera quasi esclusiva su 11,6 milioni di contribuenti, pari al 27,41% del totale, che pagano il 76,87% dell’Irpef nazionale. Una sproporzione che, secondo gli esperti, mette a rischio la sostenibilità dell’intero sistema.
Brambilla: “Quasi la metà degli italiani vive con 10.000 euro lordi? Dati poco credibili”
“È davvero credibile che quasi la metà degli italiani viva con meno di 10.000 euro lordi l’anno?” si chiede Alberto Brambilla, presidente del Centro studi Itinerari Previdenziali, riferendosi a un dato che appare, nella sua costanza, sempre meno compatibile con i livelli reali di consumi, stili di vita e potere d’acquisto della popolazione. “Non possiamo ignorare – aggiunge – quanto questi numeri siano verosimilmente ‘dopati’ dalla presenza pervasiva di economia sommersa ed evasione fiscale, in cui l’Italia purtroppo continua a distinguersi in Europa”.
A conferma di questo squilibrio strutturale, il report segnala anche un altro dato emblematico: il 43,15% degli italiani non ha redditi fiscali. Si tratta di persone che non presentano alcuna dichiarazione, non percepiscono ufficialmente redditi e risultano quindi a carico di altri. Una condizione che potrebbe riflettere, solo in parte, situazioni reali di marginalità economica e che, secondo Brambilla, è in larga parte il prodotto di un’ampia zona grigia in cui i redditi sfuggono al fisco.
Oltre un milione di italiani dichiara redditi nulli o negativi
Particolarmente significativa anche l’impennata del numero di contribuenti che denunciano redditi nulli o addirittura negativi: 1.184.272 soggetti, con un incremento di oltre 170.000 unità rispetto all’anno precedente. Questi cittadini, non solo non versano imposte, ma non pagano nemmeno contributi previdenziali, alimentando una situazione paradossale in cui lo Stato continua a garantire servizi universali (dalla sanità all’istruzione) senza alcun ritorno fiscale da una parte sempre più ampia della popolazione.
“Quella che emerge – osserva Brambilla – è una fotografia più simile a quella di un Paese povero che non a quella di uno Stato membro del G7”. E aggiunge: “Una rappresentazione che appare in contraddizione evidente se confrontata con i consumi reali, con il numero di auto di lusso immatricolate, con le abitudini di viaggio, con il tenore di vita che molti italiani riescono comunque a mantenere”.
Cuzzilla (Cida): “È la trappola del ceto medio: pochi pagano per tutti”
Di “trappola del ceto medio” parla Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, che sintetizza così l’anomalia sistemica italiana: “Chi guadagna dai 60.000 euro lordi in su, di fatto finisce per pagare per due: per sé e per chi resta interamente a carico della collettività. È un meccanismo che concentra il carico fiscale su una minoranza attiva e produttiva, lasciando il resto del Paese sulle spalle di pochi”.
Un modello che, anziché premiare chi contribuisce alla crescita, rischia di disincentivare il lavoro qualificato, la produttività e l’adesione al sistema fiscale. “Non è accettabile – prosegue Cuzzilla – che in un Paese moderno ed economicamente sviluppato molti ricevano senza contribuire, mentre pochi contribuiscono senza ricevere”. Un fenomeno che si traduce in frustrazione, demotivazione e, spesso, nella fuga dei talenti verso Paesi dove il prelievo fiscale è più equo e i servizi sono più proporzionati.
Una riforma fiscale strutturale, non una semplice manutenzione
Alla vigilia della nuova Legge di Bilancio, il report si trasforma in un atto d’accusa ma anche in una proposta di cambiamento. Itinerari Previdenziali e Cida chiedono con forza che il tema fiscale venga affrontato nella sua interezza, abbandonando logiche emergenziali e interventi a pioggia. Al centro, l’esigenza di ridurre l’evasione, allargare la base imponibile e riequilibrare il carico fiscale sul lavoro e sul reddito reale, evitando di colpire sempre gli stessi.
“Servono – spiegano – investimenti veri su lavoro e salari, non solo misure compensative o bonus temporanei. La sostenibilità del welfare, delle pensioni e della sanità pubblica dipende dalla capacità di ampliare la platea dei contribuenti reali, non solo da chi oggi già paga fino all’ultimo centesimo”.
Un patto fiscale nuovo tra Stato e cittadini
Il report chiama in causa non solo il governo, ma l’intera classe politica e la società civile. È necessario, secondo gli autori, riscrivere un nuovo patto fiscale, fondato sulla trasparenza, sulla giustizia contributiva e sulla responsabilità collettiva. “Non si può più accettare – conclude Brambilla – che un’intera fetta del Paese viva da spettatore del sistema, beneficiandone senza parteciparvi. La coesione sociale si costruisce sulla condivisione degli oneri, non sulla deresponsabilizzazione”.
In un’Italia che si avvicina alla prossima manovra con un debito pubblico strutturale e margini di spesa sempre più stretti, l’alleggerimento del carico fiscale sul ceto medio e produttivo non è più una questione ideologica, ma una condizione necessaria per la sopravvivenza del sistema. Continuare a ignorare i numeri – avvertono gli esperti – equivale a minare le fondamenta della democrazia fiscale e dello Stato sociale.
