L’Italia non è più il “grande malato fiscale d’Europa”. Almeno secondo i dati diffusi dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ribaltano una convinzione radicata: i cittadini italiani non sono più i contribuenti più tartassati dell’area euro. A detenere oggi questo primato negativo è la Francia, dove il peso delle tasse e dei contributi ha raggiunto livelli superiori ai nostri.
Lo scorso anno, stando all’analisi della Cgia, il prelievo fiscale complessivo in Italia si è attestato al 42,9% del Pil. In Francia, invece, ha toccato il 45,2%. Tradotto in termini concreti, i contribuenti francesi hanno versato nelle casse pubbliche ben 57 miliardi di euro in più rispetto agli italiani. Una cifra che fotografa la diversa pressione fiscale tra i due Paesi, ma che al tempo stesso non autorizza facili entusiasmi.
L’organizzazione veneziana ricorda infatti che il fisco italiano continua a esercitare un peso notevole su imprese e famiglie, contribuendo a frenare consumi e investimenti. Se la Francia, attraversata da una crisi politica, sociale ed economica di portata rilevante, appare oggi più gravata, l’Italia non può considerarsi fuori pericolo. L’alleggerimento relativo del carico fiscale non cancella i nodi strutturali che da decenni condizionano il nostro sistema economico.
La questione del prelievo resta dunque centrale. La Cgia invita a guardare oltre il confronto con Parigi, cogliendo l’occasione per riflettere sul futuro: come redistribuire meglio il carico fiscale, come alleggerire chi produce, come restituire competitività alle imprese e più potere d’acquisto alle famiglie.
Il sorpasso francese, insomma, non è un risultato di cui gioire, ma un campanello d’allarme. L’Italia ha smesso di guidare la classifica dei Paesi più oppressi dal fisco, ma continua a convivere con un livello di pressione tra i più alti dell’Unione. Perché il vero obiettivo non è superare un vicino, ma costruire un sistema fiscale più equo ed efficiente, capace di sostenere la crescita e dare prospettiva alle nuove generazioni.
