La guerra di Gaza sembra intravedere uno spiraglio di svolta. Secondo fonti mediorientali, Hamas ha accettato in linea di principio la proposta di pace presentata dal presidente statunitense Donald Trump, un piano articolato in 21 punti che prevede il rilascio immediato di tutti gli ostaggi israeliani ancora nelle mani del movimento islamista, vivi e deceduti, in cambio della liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi. L’accordo, nella sua struttura, contempla anche un graduale ritiro delle Forze di difesa israeliane (Idf) dalla Striscia di Gaza, condizione imprescindibile posta da Hamas sin dalle prime fasi del conflitto.
La notizia giunge mentre sul palcoscenico internazionale si consuma un nuovo, acceso confronto politico e simbolico. All’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato davanti a un’aula semivuota, accolta da applausi e fischi, mentre diverse delegazioni hanno abbandonato l’emiciclo al suo ingresso. Sul banco del premier è comparsa quella che ha definito la “mappa del terrore dell’Iran”, un grafico con cui Netanyahu ha voluto illustrare la rete di milizie e gruppi armati che Teheran, a suo dire, finanzia e sostiene in Medio Oriente.
Il capo del governo israeliano ha respinto con forza le accuse di genocidio e di carestia pianificata nella Striscia, ribadendo l’obiettivo di concludere “presto e in maniera definitiva” l’operazione militare contro Hamas. “Non stiamo affamando la popolazione civile, né commettendo atrocità – ha dichiarato –. A Gaza vogliamo finire il nostro lavoro e garantire la sicurezza di Israele”.
Dall’altra parte dell’Atlantico, quasi in contemporanea, Donald Trump ha rivendicato i progressi ottenuti nella difficile trattativa. “Sono in corso da quattro giorni negoziati intensi, stimolanti e produttivi – ha spiegato dalla Casa Bianca –. Continueremo finché sarà necessario per raggiungere un’intesa solida e condivisa che metta fine al conflitto”.
Se il piano dovesse concretizzarsi, rappresenterebbe il primo vero tentativo di tregua strutturata dopo mesi di bombardamenti, assedi e migliaia di vittime civili. Ma la strada verso un accordo resta irta di ostacoli: dalla tenuta politica del governo israeliano, diviso tra le pressioni degli alleati ultranazionalisti e la necessità di rispondere alle pressioni internazionali, fino alla volontà di Hamas di presentarsi come forza negoziale credibile senza perdere la sua base di consenso interno.
Il quadro si complica ulteriormente con la posizione dell’Iran, protagonista indiretto ma decisivo nello scacchiere regionale. Teheran ha ribadito l’impossibilità di riprendere un negoziato sul proprio programma nucleare con Washington, accusando gli Stati Uniti di “violare sistematicamente gli accordi”. Una dichiarazione che chiude, almeno per ora, la porta a ogni tentativo di riavvicinamento su uno dei dossier più sensibili della politica mediorientale.
La diplomazia internazionale si muove così su un doppio binario: da un lato la mediazione statunitense, che cerca di trasformare l’apertura di Hamas in una tregua concreta; dall’altro la crescente contrapposizione con l’Iran, che rischia di allargare il conflitto oltre i confini di Gaza. In questo equilibrio fragile, tra mappe esibite all’Onu e trattative dietro le quinte, il futuro del Medio Oriente resta appeso alla capacità delle parti di trasformare le parole in fatti.
