5 Ottobre 2026, lunedì
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Kim Jong-un riapre al dialogo con gli Stati Uniti, ma mette il veto sul nucleare

Il leader nordcoreano interviene all’Assemblea suprema del popolo e torna a parlare di relazioni con Washington. Disponibilità a un confronto, ma solo se gli Stati Uniti rinunciano alla denuclearizzazione della Corea del Nord.

PYONGYANG – Un’apertura diplomatica, ma con condizioni rigide. La Corea del Nord torna a evocare la possibilità di un dialogo con gli Stati Uniti, ma lo fa ponendo un confine netto: nessuna trattativa sul proprio programma nucleare. A rilanciare il tema è stato direttamente il leader nordcoreano Kim Jong-un, intervenendo in modo inusualmente diretto durante una sessione dell’Assemblea suprema del popolo, il massimo organo legislativo del Paese.

Nel suo discorso, Kim ha affermato che Pyongyang potrebbe essere disposta a riaprire i colloqui con Washington, a patto che l’amministrazione statunitense non persegua l’obiettivo della denuclearizzazione della Corea del Nord. “Non c’è alcuna ragione per cui Corea del Nord e Stati Uniti debbano evitare il dialogo, se Washington intende puntare alla pacifica convivenza”, ha dichiarato il leader. Ma ha poi precisato che il programma nucleare nordcoreano non sarà oggetto di negoziazione, confermando una posizione che si è irrigidita ulteriormente negli ultimi anni.

Un segnale politico dalla forma misurata
Il discorso di Kim è significativo non solo per i contenuti, ma anche per il contesto in cui è stato pronunciato. L’Assemblea suprema del popolo è una vetrina istituzionale destinata a ratificare le decisioni strategiche del Partito dei Lavoratori, ed è raro che vi si affrontino in modo così esplicito i rapporti con gli Stati Uniti. L’intervento sembra dunque avere l’obiettivo di lanciare un messaggio preciso: la Corea del Nord si dice aperta al dialogo, ma alle proprie condizioni. E tra queste, la rinuncia all’arsenale nucleare non figura.

Il riferimento a Trump: nostalgia o calcolo?
Particolarmente degno di nota è il passaggio in cui Kim ha evocato il suo rapporto personale con l’ex presidente americano Donald Trump, definendolo con parole distensive: “Ho bei ricordi personali del presidente Trump”. È la prima volta che il leader nordcoreano torna a parlare dell’ex inquilino della Casa Bianca da quando Trump ha iniziato il suo secondo mandato, e il riferimento assume un peso politico non secondario.

Le tre storiche riunioni tra Kim e Trump – a Singapore (2018), Hanoi (2019) e poi, in modo simbolico, nel 2019 al confine intercoreano di Panmunjom – avevano acceso le speranze di una distensione duratura nella penisola coreana. Tuttavia, dopo il fallimento del vertice di Hanoi, i negoziati si sono arenati, con Pyongyang che ha progressivamente rafforzato il proprio programma missilistico e nucleare.

Il richiamo a Trump potrebbe dunque rappresentare una mossa calcolata, indirizzata non tanto all’attuale amministrazione Biden, quanto all’opinione pubblica americana e all’establishment politico statunitense in vista delle elezioni presidenziali. È anche un possibile segnale che la leadership nordcoreana considera ancora più gestibile un confronto con l’ex presidente rispetto all’attuale politica statunitense, considerata più rigida e meno incline a concessioni unilaterali.

Il nodo del nucleare: una linea rossa invalicabile
Il cuore del messaggio resta tuttavia nella posizione intransigente sul nucleare. La Corea del Nord considera il proprio arsenale atomico non solo un deterrente strategico, ma anche uno strumento di legittimazione del regime. Dopo la stagnazione dei colloqui di disarmo, Pyongyang ha ripreso con forza i test missilistici, incluso lo sviluppo di missili balistici intercontinentali, e ha introdotto nella propria dottrina militare la possibilità di un impiego preventivo dell’arma nucleare.

Nella narrazione ufficiale nordcoreana, il possesso dell’atomica è ormai una conquista irreversibile, legata alla sopravvivenza stessa dello Stato. Ogni richiesta di disarmo viene letta come un tentativo di indebolire la posizione strategica della Corea del Nord nel contesto regionale e globale. In questo quadro, qualsiasi proposta americana che condizioni il dialogo alla denuclearizzazione è destinata a essere respinta.

Reazioni internazionali e possibili sviluppi
Al momento, dalla Casa Bianca non sono arrivati commenti ufficiali. L’amministrazione Biden ha finora mantenuto una linea di apertura al dialogo “senza precondizioni”, ma sempre nell’ambito di una strategia volta alla denuclearizzazione della penisola coreana. La risposta americana a questa nuova dichiarazione di Kim potrebbe chiarire se esista ancora uno spazio diplomatico credibile, o se la situazione sia ormai incanalata in un conflitto diplomatico di lungo corso.

Anche il contesto geopolitico più ampio gioca un ruolo cruciale. I rapporti rafforzati tra Pyongyang, Mosca e Pechino sembrano suggerire che la Corea del Nord stia cercando nuovi equilibri internazionali, sfruttando la rivalità tra blocchi per ottenere margini di manovra e garanzie politiche. In questo senso, l’apertura selettiva al dialogo con Washington potrebbe essere parte di una strategia più ampia di contenimento delle pressioni occidentali.

Una distensione selettiva e controllata
Il messaggio lanciato da Kim Jong-un non rappresenta un’inversione di rotta, ma una tattica di apertura controllata. È una mossa che lascia intravedere la possibilità di un ritorno al tavolo negoziale, ma su basi completamente nuove, dove il disarmo non è più contemplato. Il riferimento ai “bei ricordi” del presidente Trump suona più come un invito a Washington a ripensare i termini del confronto, piuttosto che un vero atto di distensione.

Per la comunità internazionale, la sfida resta duplice: mantenere la pressione diplomatica sul regime nordcoreano per evitare un’escalation militare, e al tempo stesso creare le condizioni per un dialogo realistico, che tenga conto dei nuovi equilibri di potere e della trasformazione della dottrina strategica nordcoreana.

In un momento di forte polarizzazione internazionale e con un conflitto in Europa ancora in corso, la questione nordcoreana torna dunque a occupare un posto centrale nell’agenda della sicurezza globale. Se il dialogo sarà davvero possibile, molto dipenderà dalla capacità delle due potenze – Washington e Pyongyang – di ridefinire le proprie priorità, senza rinunciare alla difesa dei rispettivi interessi strategici.

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