Washington – Il presidente Donald Trump ha ufficialmente licenziato il procuratore speciale Erik Siebert, confermando una mossa che getta nuova benzina sul fuoco di una stagione politica già incandescente. “Non si è dimesso, l’ho licenziato io”, ha dichiarato senza mezzi termini il capo della Casa Bianca, lasciando cadere ogni ambiguità su quanto accaduto dietro le quinte della breve parabola professionale di Siebert all’interno dell’amministrazione.
Siebert era stato scelto dallo stesso Trump per guidare un’indagine su due figure centrali nell’universo degli oppositori dell’attuale presidente: la procuratrice generale dello Stato di New York, Letitia James, e l’ex direttore dell’FBI, James Comey. Entrambi da tempo nel mirino del presidente, accusati – secondo Trump – di essere protagonisti di una presunta crociata politica contro la sua amministrazione.
Ma il mandato di Siebert si è concluso senza alcuna incriminazione. Una scelta che il presidente non ha digerito e che ha trasformato rapidamente il procuratore da uomo di fiducia a bersaglio politico. “Lo volevo fuori. E ora lo è”, ha chiosato Trump, confermando di aver avuto un ruolo diretto nella sua estromissione. La dichiarazione mette a nudo l’assenza di filtri tra l’esercizio del potere presidenziale e le dinamiche giudiziarie, sollevando interrogativi profondi sull’equilibrio tra poteri e sull’indipendenza delle istituzioni.
Casa Bianca all’attacco: nel mirino anche Obama
Il licenziamento di Siebert arriva in un clima già arroventato da una nuova controversia mediatica: la sospensione dello storico programma televisivo condotto da Jimmy Kimmel, uno dei volti più critici nei confronti del presidente.
L’ex presidente Barack Obama, intervenendo pubblicamente sul caso, ha parlato apertamente di “coercizione governativa”, evocando un clima da censura e repressione del dissenso. “La decisione di sospendere lo show non è stata presa dalla Casa Bianca. Posso assicurarvi che non c’è stata alcuna pressione da parte del presidente Trump”, ha replicato la portavoce Karoline Leavitt, che ha attaccato direttamente Obama: “Non ha idea di cosa sta parlando”.
Secondo la versione ufficiale, sarebbe stata l’emittente ABC a decidere autonomamente per la sospensione del programma. Ma nel mondo dell’informazione americana, e non solo, il dubbio è più che lecito. Kimmel è noto per le sue posizioni apertamente critiche nei confronti di Trump, e la sua assenza dal palinsesto in un momento politicamente così delicato non può che suscitare sospetti.
Kamala Harris: “Abuso di potere”
Non si è fatta attendere la reazione della vicepresidente Kamala Harris, che ha scelto toni duri per commentare l’insieme degli eventi delle ultime ore. “L’amministrazione sta attaccando sistematicamente i suoi critici, usando la paura come strumento per silenziare chi osa parlare”, ha affermato Harris, accusando l’esecutivo di “abuso di potere”.
Le parole della vicepresidente si inseriscono in una narrazione più ampia che, da mesi, denuncia un crescente clima di ostilità verso la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura e il dissenso politico. La rimozione di Siebert e la sospensione dello show di Kimmel appaiono, in questo contesto, come tasselli di un mosaico sempre più inquietante per l’opposizione democratica e per ampi settori dell’opinione pubblica americana.
Un precedente pericoloso
Il licenziamento di un procuratore incaricato di indagare su oppositori politici, peraltro colpevole di non aver fornito risultati graditi alla presidenza, rappresenta un precedente carico di implicazioni. Anche in un sistema presidenziale forte come quello degli Stati Uniti, il principio dell’autonomia delle indagini è considerato un pilastro democratico. Indebolirlo rischia di intaccare il delicato bilanciamento dei poteri sancito dalla Costituzione.
Trump, dal canto suo, sembra muoversi in aperta sfida con le regole non scritte del rapporto tra esecutivo e giustizia, in una strategia che appare sempre più orientata al consolidamento del controllo su ogni snodo del potere. In vista delle elezioni del 2026, l’episodio potrebbe trasformarsi in un boomerang o, al contrario, in un catalizzatore del consenso tra i suoi sostenitori più fedeli.
Ma al di là delle valutazioni politiche, resta un interrogativo cruciale per la tenuta democratica del paese: quanto potrà reggere il sistema istituzionale sotto la pressione di un uso così spregiudicato del potere presidenziale?
La risposta, per ora, resta sospesa tra le aule dei tribunali, gli studi televisivi e la piazza sempre più divisa di un’America che continua a interrogarsi su quale democrazia voglia essere.
