A cura di Daniele Cappa
Il raduno di Pontida, rito collettivo che ogni anno richiama militanti e simpatizzanti della Lega, ha mostrato quest’anno un volto inedito. Se da un lato sono rimasti i tratti consueti – bandiere verdi, simboli padani, cori e attesa per l’intervento di Matteo Salvini – dall’altro hanno fatto la loro comparsa vessilli e parole d’ordine provenienti da scenari ben lontani dal prato bergamasco.
Accanto a una bandiera della Lega, una donna ha sventolato quella di Israele, mentre un gruppo di sostenitori brasiliani ha innalzato bandiere gialloverdi e uno striscione con la scritta “Free Bolsonaro”, in difesa dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni per tentato golpe, e con l’aggiunta di un appello per la deputata Carla Zambelli, esponente di spicco del bolsonarismo.
Scene che hanno sorpreso gli osservatori, trasformando l’appuntamento di Pontida in un crocevia non solo di politica italiana, ma anche di simboli e rivendicazioni della destra internazionale.
Dalla Padania al mondo, ma quale?
La comparsa di queste bandiere non è un dettaglio marginale. Essa riflette l’evoluzione del partito, che da movimento identitario locale si è progressivamente proiettato su uno scenario internazionale, trovando legami e affinità con leader e movimenti conservatori di altri Paesi.
Israele, in particolare, è diventato negli ultimi anni un riferimento simbolico per diversi movimenti sovranisti di estrema destra europei. La sua bandiera, a Pontida, assume quindi un valore politico più che religioso, segnalando una vicinanza ideale che travalica i confini del Medio Oriente.
Il Brasile di Bolsonaro, invece, rappresenta per una parte della destra internazionale un modello di lotta contro l’establishment progressista e le istituzioni giudiziarie considerate ostili. Lo striscione a favore dell’ex presidente, oggi condannato, rientra in questa narrativa, facendo di Pontida un palcoscenico di solidarietà sovranista che guarda ben oltre l’Italia.
Il discorso atteso di Salvini
Su questo sfondo, Matteo Salvini è atteso per l’intervento conclusivo, destinato a chiudere il raduno e dettare la linea politica della Lega. Il segretario e vicepresidente del Consiglio si troverà di fronte a un pubblico che ha mostrato, insieme all’orgoglio per l’identità del partito, una sorprendente apertura a simboli provenienti da altri contesti politici.
Il suo compito non sarà solo galvanizzare la piazza, ma anche chiarire quale ruolo intende assumere la Lega in questa fase: partito radicato nel territorio e interprete del malcontento locale, oppure nodo di una rete più ampia di movimenti sovranisti che si riconoscono in un’agenda comune, dall’Europa al Sud America.
Un partito in metamorfosi
Pontida 2025 si presenta dunque come il riflesso di una Lega in trasformazione. Alla ritualità identitaria e territoriale, si sono affiancati richiami a battaglie e simboli globali. È il segno di un partito che non parla più soltanto alla “sua” base, ma cerca di inserirsi in una comunità internazionale di destra, che condivide valori, nemici e simboli. Almeno ci prova. Spesso maldestramente, ma ci prova per sopravvivere.
Questo mosaico eterogeneo apre inevitabilmente un interrogativo: chi è oggi la Lega? Rimane il partito della Padania e delle autonomie, oppure diventa un soggetto politico che si muove dentro un più vasto orizzonte sovranista e di che epoca?
La risposta, almeno in parte, arriverà dalle parole di Salvini.
