Castelfranco Emilia (Modena) – Nessuna attenuante, nessuna “comprensibilità umana” a giustificare l’efferatezza di un duplice omicidio familiare. La Corte d’Appello di Bologna ha condannato all’ergastolo Salvatore Montefusco, riconoscendolo colpevole dell’omicidio della moglie Gabriela Trandafir e della figlia della donna, Renata, avvenuto il 13 ottobre 2022 nella frazione di Cavazzona, nel Modenese. Una sentenza che riforma radicalmente quella di primo grado, quando la Corte d’Assise di Modena aveva inflitto all’uomo 30 anni di reclusione, motivando la riduzione con una controversa valutazione: i giudici avevano riconosciuto come “umanamente comprensibili” – pur senza giustificarli – i motivi che avevano spinto Montefusco a uccidere.
Una decisione che aveva sollevato un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica e tra le associazioni a tutela delle vittime di violenza domestica, riaprendo un dibattito mai sopito sul rischio che stereotipi culturali e giudizi morali si insinuino nel processo penale, soprattutto nei casi che coinvolgono dinamiche familiari.
Una tragedia annunciata
La mattina del 13 ottobre 2022, nella tranquilla frazione di Cavazzona di Castelfranco Emilia, si consuma uno dei delitti più agghiaccianti degli ultimi anni in Emilia-Romagna. Salvatore Montefusco impugna un fucile da caccia e apre il fuoco contro la moglie Gabriela Trandafir, 47 anni, e la figlia di lei, Renata, 22 anni. La giovane viene freddata per prima, colpita a morte mentre cerca di difendere la madre. Poi tocca a Gabriela, uccisa all’interno dell’abitazione. L’arma, regolarmente detenuta, viene puntata anche verso sé stesso: Montefusco tenta il suicidio, ma sopravvive.
L’arresto è immediato. Le indagini ricostruiscono rapidamente l’accaduto e delineano un contesto familiare segnato da tensioni profonde e rapporti conflittuali. Sullo sfondo, una separazione in corso e una forte opposizione del marito al progressivo allontanamento della moglie e della figlia, che stavano cercando di ricostruirsi una vita indipendente.
La sentenza di primo grado e il nodo delle attenuanti
Nel luglio 2023, la Corte d’Assise di Modena emette la prima sentenza: 30 anni di reclusione. Una condanna severa, ma non quanto la richiesta del pubblico ministero, che aveva invocato l’ergastolo. La motivazione dei giudici modenesi introduce un elemento che suscita immediatamente reazioni controverse: nel dispositivo si parla di una “comprensibilità umana” dei motivi che avevano spinto l’imputato ad agire, una formula che, pur senza tradursi in una giustificazione, aveva contribuito a riconoscergli le attenuanti generiche.
Secondo la Corte, Montefusco avrebbe agito in un contesto di “forte turbamento”, nonostante la premeditazione fosse chiaramente esclusa. Un passaggio che, in molti, avevano interpretato come l’ennesima apertura a una narrazione in cui la violenza viene minimizzata se all’interno di dinamiche familiari o relazionali, suscitando la ferma reazione del mondo dell’associazionismo, di giuristi e di esponenti politici.
Il giudizio di appello: ergastolo, senza attenuanti
Il secondo grado di giudizio, celebrato davanti alla Corte d’Appello di Bologna, ribalta completamente l’impianto della sentenza di primo grado. Nessun riconoscimento delle attenuanti generiche, nessuna concessione sulla presunta “umanità” delle motivazioni. Per i giudici bolognesi, il fatto è grave, efferato, e privo di qualunque elemento che possa mitigarne la responsabilità penale. L’imputato sapeva ciò che stava facendo, ha agito con determinazione e ha mirato a uccidere due persone, tra cui una giovane donna incolpevole, la figlia della compagna.
La nuova sentenza stabilisce l’ergastolo, la massima pena prevista dall’ordinamento italiano, ritenendo che il duplice omicidio non lasci spazio a interpretazioni riduttive. È una presa di posizione netta, che riafferma il principio secondo cui non possono esserci attenuanti per chi commette crimini di questa portata, soprattutto se maturati in un contesto di violenza domestica.
La reazione della società civile
L’esito del processo d’appello è stato accolto con favore da numerose organizzazioni che si battono contro la violenza di genere. Per molte associazioni, la sentenza rappresenta una risposta importante e necessaria, non solo sul piano giuridico ma anche simbolico. Il caso Montefusco aveva riaperto una ferita profonda, alimentando la percezione che esistano ancora scorciatoie interpretative quando l’autore di un femminicidio è un marito, un compagno o un ex partner.
Il concetto di “violenza domestica” continua a sollevare interrogativi nell’opinione pubblica e nei tribunali: fino a che punto le emozioni dell’imputato possono entrare nella valutazione del reato? E in che misura il sistema giudiziario riesce a tutelare davvero le vittime quando il contesto familiare tende a offuscare la brutalità del gesto?
Una sentenza che fa giurisprudenza?
Al di là della vicenda individuale, la decisione della Corte d’Appello di Bologna potrebbe rappresentare un punto di svolta nella giurisprudenza italiana sui casi di omicidio familiare. Il rifiuto esplicito delle attenuanti legate al presunto “turbamento” emotivo dell’imputato segna un cambio di passo rispetto a un orientamento che, in passato, ha spesso concesso riduzioni di pena sulla base di elementi soggettivi e relazionali.
Il caso Montefusco, in questo senso, diventa paradigmatico: un femminicidio e un omicidio familiare affrontati con il rigore che la società, sempre più sensibilizzata su questi temi, chiede alla giustizia. Non una vendetta, ma una condanna esemplare, che affermi con chiarezza l’inaccettabilità della violenza come risposta a conflitti privati o a dinamiche relazionali.
Il peso delle parole e il ruolo della magistratura
Non è irrilevante che a far discutere, nel primo processo, sia stata una frase della motivazione: “umanamente comprensibile”. È su questo crinale sottile che si gioca una parte importante della narrazione pubblica sulla violenza domestica. Perché le parole, nella giustizia come nella politica, non sono mai neutrali. Possono legittimare oppure condannare, attenuare oppure rafforzare la responsabilità. E in un Paese in cui i femminicidi si susseguono con una frequenza inquietante, la precisione del linguaggio diventa parte integrante della lotta contro la cultura della sopraffazione.
La sentenza di Bologna, con la sua nettezza, sembra voler rispondere proprio a questo bisogno: dire che non c’è nulla di umano o comprensibile nel togliere la vita a una donna e a una ragazza disarmate, che non c’è contesto che possa ridurre il peso di una responsabilità così grave.
Salvatore Montefusco, che ha confessato il duplice omicidio, sconterà la pena dell’ergastolo. Una decisione che riscrive il finale giudiziario di una vicenda che ha scosso l’intera comunità modenese e non solo. Ma soprattutto, una sentenza che riafferma con forza che la giustizia, in particolare nei casi di femminicidio e violenza familiare, deve mantenere uno sguardo fermo, libero da interpretazioni consolatorie o da indulgenze non richieste.
Perché in queste tragedie non ci sono gesti d’impeto da comprendere, ma vite spezzate da proteggere. E vittime che meritano, almeno, una verità giudiziaria capace di restituire loro dignità.
