3 Ottobre 2026, sabato
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Asilo politico ai vertici di Hamas: Stati Uniti e Israele valutano l’esilio in Tunisia sul modello Arafat

Nuove ipotesi sulla crisi a Gaza: trattative riservate tra Stati Uniti, Israele e Paesi terzi per allontanare i leader del gruppo islamista

Washington – Tel Aviv – Gaza City – È un piano tanto delicato quanto ambizioso quello che, secondo indiscrezioni rilanciate dal canale televisivo israeliano i24News, starebbe prendendo forma tra Stati Uniti, Israele e una serie di attori internazionali, con il coinvolgimento indiretto anche dell’Iran: un progetto riservato che punterebbe a trasferire i leader di Hamas fuori da Gaza, offrendo loro un asilo politico in un Paese terzo, con la Tunisia in cima alla lista delle ipotesi.

Un’iniziativa che riecheggia un precedente storico ben noto: l’esilio di Yasser Arafat e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) negli anni Ottanta. Allora fu la Siria a fungere da mediatore e la Tunisia ad accogliere Arafat e la sua cerchia, nel tentativo di disinnescare la spirale di violenza armata in Libano. Oggi, in un contesto profondamente mutato e ben più polarizzato, lo scenario potrebbe ripetersi, ma con implicazioni molto più complesse.

La strategia: disinnescare Hamas isolandone la leadership

Secondo quanto riportato dall’analista di sicurezza Matthias Inbar, il piano allo studio punterebbe a offrire una via d’uscita ai leader più radicali e di lungo corso del movimento islamista palestinese, la cui presenza a Gaza rappresenta un ostacolo sia sul piano militare che su quello politico per una possibile stabilizzazione della regione.

La proposta si inserisce all’interno di un ragionamento strategico: isolare la componente ideologica e operativa più intransigente del gruppo, allontanandola fisicamente dal territorio, per facilitare un eventuale cessate il fuoco duraturo, la transizione verso una nuova governance palestinese e la ricostruzione dell’enclave devastata dai mesi di conflitto.

L’iniziativa, almeno nelle intenzioni dei promotori, non costituirebbe una concessione politica a Hamas, ma piuttosto una misura straordinaria per separare i vertici militari dal tessuto sociale gazawi, oggi allo stremo. Una sorta di “uscita controllata”, priva di legittimazione politica, ma utile a neutralizzare la catena di comando di un’organizzazione considerata da Stati Uniti e Unione Europea come gruppo terroristico.

Le incognite del modello Arafat: perché la Tunisia?

La scelta della Tunisia come possibile destinazione per l’esilio dei leader di Hamas non è casuale. Il Paese nordafricano ha storicamente sostenuto la causa palestinese e ha già ospitato in passato strutture politiche e logistiche dell’Olp. Dal punto di vista geografico e diplomatico, rappresenta una sponda araba relativamente stabile e in grado di gestire una presenza politica controversa.

Ma la Tunisia del 2025 non è quella degli anni ’80. Sebbene la solidarietà con il popolo palestinese resti radicata nell’opinione pubblica, il rapporto con Hamas è decisamente più controverso. Il gruppo islamista è visto da ampi settori della società tunisina come un attore non solo militare, ma ideologicamente estremista e politicamente isolante. Inoltre, la Tunisia attraversa una fase politica interna delicata, con tensioni tra potere esecutivo e opposizioni, un contesto che rende ogni decisione di tale portata potenzialmente destabilizzante.

Non è un caso che le prime reazioni ufficiose da Tunisi, secondo fonti giornalistiche, siano improntate alla cautela. Non esiste al momento alcuna conferma ufficiale di contatti diplomatici in corso tra il governo tunisino e i promotori del piano, e l’eventuale disponibilità ad accogliere esponenti di Hamas susciterebbe inevitabilmente frizioni interne e pressioni esterne.

Il ruolo degli Stati Uniti e l’equilibrismo diplomatico

Il coinvolgimento diretto di Washington conferma quanto l’amministrazione americana sia attivamente impegnata nella gestione di una fase critica della crisi mediorientale. Dopo mesi di conflitto a Gaza, con un bilancio umanitario drammatico e una crescente pressione internazionale per una soluzione politica, l’obiettivo degli Stati Uniti è duplice: sostenere Israele nella neutralizzazione delle minacce poste da Hamas e, al tempo stesso, gettare le basi per una transizione post-conflitto che non lasci spazio a nuove escalation.

Il piano di asilo per i leader di Hamas si inserisce in questa cornice. Non è un “premio” per il gruppo islamista, ma un possibile strumento per rimuoverne l’elemento più irriducibile e creare un vuoto che possa essere colmato da un’autorità palestinese più moderata, capace di dialogare con la comunità internazionale e con gli stessi israeliani.

Resta però il nodo dell’Iran. Secondo quanto trapela, Teheran sarebbe coinvolta indirettamente nelle discussioni attraverso canali diplomatici non ufficiali. Una partecipazione delicata, che riflette il ruolo ambiguo della Repubblica Islamica nei rapporti con Hamas: alleato strategico da un lato, elemento instabile dall’altro, soprattutto nel contesto di una regione già attraversata da tensioni con Hezbollah e dal conflitto latente in Libano.

Gli ostacoli politici e il rischio boomerang

L’idea di concedere un esilio sicuro ai leader di un gruppo responsabile, secondo l’ONU, di crimini di guerra durante il conflitto con Israele, solleva inevitabili interrogativi. Su tutti, il rischio di delegittimare la sofferenza delle vittime e di mandare un segnale ambiguo: la possibilità di evitare la giustizia in cambio di una ritirata politica.

C’è poi il problema della sostenibilità a lungo termine di un simile piano. Una volta ricollocati in Tunisia, o in qualsiasi altro Paese disponibile, i leader di Hamas resterebbero comunque figure carismatiche e influenti. Potrebbero riorganizzarsi, tornare a ispirare cellule attive altrove o mantenere un ruolo, seppur indiretto, nella vita politica palestinese. L’esilio, insomma, non garantisce di per sé la neutralizzazione definitiva.

Infine, non è affatto detto che i diretti interessati accetterebbero l’offerta. Alcuni dei principali comandanti di Hamas hanno più volte dichiarato che non lasceranno Gaza “né vivi né morti”, riaffermando la volontà di combattere fino all’ultimo. L’eventuale adesione al piano dovrebbe dunque fondarsi su un equilibrio sottile tra pressione militare, garanzie personali e negoziazioni riservate.

Uno scenario aperto, tra diplomazia e logoramento

Il progetto, nella sua forma attuale, rimane ipotetico. Non è stato formalizzato alcun accordo, né sono emerse conferme ufficiali da parte delle cancellerie coinvolte. Tuttavia, il solo fatto che se ne discuta, e che venga fatto trapelare in via ufficiosa, suggerisce che si stiano esplorando tutte le vie diplomatiche per porre fine a una delle crisi più sanguinose e prolungate degli ultimi decenni.

Resta da capire se l’esilio politico possa davvero rappresentare una via d’uscita praticabile. La storia recente del Medio Oriente insegna che le soluzioni imposte dall’alto, senza un consenso radicato nei territori, raramente hanno prodotto risultati duraturi. E che ogni piano, anche il più ambizioso, può facilmente trasformarsi in un boomerang se non accompagnato da una strategia multilivello, che includa ricostruzione, rappresentanza e giustizia.

Il possibile esilio dei leader di Hamas in Tunisia riporta al centro della scena un’antica logica di gestione dei conflitti: la rimozione fisica del nemico per facilitare la tregua. Ma nel contesto attuale, segnato da equilibri precari, polarizzazioni ideologiche e tensioni internazionali, il successo di un simile progetto appare tutt’altro che scontato. Più che un piano risolutivo, potrebbe essere solo una delle tante mosse in una partita diplomatica ancora tutta da giocare.

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