2 Agosto 2026, domenica
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Caso Epstein, Starmer nella tempesta: rimosso l’ambasciatore Mandelson da Washington

Il premier britannico costretto a un passo indietro dopo le rivelazioni sui rapporti fra l’ex ministro e il finanziere americano. Crescono le pressioni politiche e l’imbarazzo per il Labour.

Lord Peter Mandelson non è più ambasciatore britannico negli Stati Uniti. La sua rimozione, annunciata dal Foreign Office con effetto immediato, rappresenta una brusca retromarcia per il governo di Keir Starmer, che fino a poche ore prima aveva difeso in Parlamento l’ex ministro e storico stratega del New Labour. La decisione, maturata dopo la diffusione di nuove rivelazioni sui rapporti personali e politici tra Mandelson e il finanziere americano Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019 mentre attendeva un nuovo processo per traffico sessuale di minorenni, segna un momento di forte imbarazzo per Downing Street.

La nota ufficiale, firmata dalla ministra degli Esteri Yvette Cooper, spiega che il premier ha chiesto la rimozione alla luce di email recentemente emerse, nelle quali Mandelson incoraggiava Epstein a “resistere” alla giustizia americana in occasione della prima condanna subita dal finanziere in Florida nel 2008. “Queste comunicazioni mostrano una relazione più ampia e profonda di quanto fosse noto al momento della nomina”, si legge nel documento trasmesso alla Camera dei Comuni.

La parabola politica e diplomatica di Mandelson si interrompe così nel modo più clamoroso. A 71 anni, il già tre volte ministro e più volte al centro di controversie e inchieste mediatiche, era stato scelto lo scorso anno da Starmer per un incarico di alto profilo: garantire a Washington la solidità della cosiddetta “special relationship” con l’alleato americano, in una fase segnata dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Una scelta politica, quella del premier, che puntava sulla sua esperienza e sulla sua abilità nel tessere rapporti internazionali, ma che si è rivelata un azzardo.

Mandelson aveva tentato di difendere la propria posizione rinnovando nei giorni scorsi un “mea culpa” per le frequentazioni con Epstein. Aveva espresso “profondo rammarico” e ammesso di essere stato “ingannato” dal finanziere, al quale nel 2003 aveva inviato persino un biglietto di auguri di compleanno in tono confidenziale, definendolo un “migliore amico”. Già in passato aveva provato a chiudere la questione con pubbliche scuse, ma le nuove rivelazioni hanno reso insostenibile ogni tentativo di permanenza a Washington.

Il colpo politico è pesante soprattutto per Starmer. Appena mercoledì, durante il Question Time alla Camera dei Comuni, il premier aveva ribadito la propria fiducia in Mandelson, respingendo le richieste di dimissioni avanzate dai Conservatori e fronteggiando con difficoltà il crescente malumore dentro lo stesso Labour. La difesa si è trasformata, nell’arco di ventiquattr’ore, in una retromarcia obbligata.

Il caso rischia ora di avere ripercussioni sulla stabilità del governo e sull’immagine di Starmer, che si trova a dover giustificare una nomina giudicata da più parti quanto meno azzardata. L’opposizione conservatrice, per bocca dei suoi principali esponenti, parla già di “errore di giudizio imperdonabile” e di un premier “prigioniero delle sue stesse scelte”.

Resta il fatto che Mandelson, uomo di grande influenza nelle stagioni di Tony Blair e Gordon Brown, architetto della modernizzazione del Labour e figura centrale nelle dinamiche interne al partito, esce di scena nel modo più rovinoso. Le nuove rivelazioni sulle sue corrispondenze con Epstein hanno polverizzato in poche ore la sua credibilità diplomatica, lasciando a Downing Street una ferita politica difficile da rimarginare.

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