16 Agosto 2026, domenica
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Israele esclude una tregua: “Cessate il fuoco non è all’ordine del giorno”

Il ministro Miki Zohar frena su ogni ipotesi di pausa nei combattimenti. Intanto proseguono i raid nella Striscia: almeno 18 palestinesi uccisi, anche tra chi attendeva aiuti alimentari. In fuga migliaia di civili da Gaza City

Non ci sarà alcuna tregua, nemmeno temporanea. A dirlo in modo netto è Miki Zohar, ministro israeliano della Cultura e dello Sport e figura politica vicina al premier Benjamin Netanyahu. In una dichiarazione destinata a smorzare ogni speranza di una pausa nei combattimenti, Zohar ha affermato che un cessate il fuoco provvisorio, legato a un possibile rilascio degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza, “non è all’ordine del giorno”.

Una posizione che conferma la linea dura del governo israeliano, deciso a proseguire l’offensiva militare contro Hamas senza interruzioni, anche a costo di aggravare la già drammatica situazione umanitaria nella Striscia. Le parole del ministro arrivano mentre l’esercito intensifica le operazioni a Gaza City e nei quartieri limitrofi, all’interno di un piano che, secondo fonti militari, mira a completare la conquista dell’area settentrionale e a costringere un milione di persone a evacuare.

Gaza: nuovi raid, 18 morti in poche ore

Secondo quanto riferito da Al Jazeera, almeno 18 palestinesi sono stati uccisi dall’alba di oggi a causa dei bombardamenti israeliani su diverse aree della Striscia. Tra le vittime, 13 civili sarebbero stati colpiti mentre erano in fila in attesa di ricevere aiuti alimentari. L’attacco è avvenuto in una zona ancora densamente popolata, nonostante i ripetuti ordini di evacuazione e i continui spostamenti forzati verso sud.

Fonti locali riferiscono che la maggior parte delle vittime si trovava nei pressi di un centro di distribuzione non ufficiale, dove camion carichi di beni di prima necessità tentavano di raggiungere la popolazione civile. La dinamica dell’attacco è ancora oggetto di verifica indipendente, ma la notizia ha già generato reazioni indignate da parte di diverse organizzazioni umanitarie.

Fuga da Gaza City, assedio sempre più stretto

Prosegue intanto l’esodo di migliaia di persone da Gaza City e dai quartieri settentrionali, dove le operazioni militari israeliane sono diventate incessanti. L’esercito ha intensificato i bombardamenti anche nelle aree residenziali e nei pressi delle infrastrutture civili, all’interno di una strategia che punta a svuotare l’area urbana, considerata roccaforte delle Brigate Qassam, l’ala militare di Hamas.

Secondo l’ONU, sarebbero già oltre 900.000 i civili costretti ad abbandonare le loro case solo nella parte nord della Striscia, mentre il numero complessivo di sfollati ha superato i due milioni. Le condizioni umanitarie restano drammatiche: scarsità di cibo, acqua potabile e medicine, blackout prolungati, ospedali al collasso e infrastrutture sempre più compromesse.

Diplomazia in stallo e spiragli chiusi

Le dichiarazioni di Zohar chiudono, almeno per ora, ogni spazio di manovra diplomatica. I contatti informali tra mediatori internazionali, in particolare Egitto, Qatar e Stati Uniti, non sembrano aver prodotto risultati concreti nelle ultime settimane. Le trattative per una pausa umanitaria legata al rilascio progressivo degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas erano considerate da molti osservatori una via percorribile, ma la posizione del governo Netanyahu appare orientata verso una risoluzione militare a oltranza.

“Non è il momento delle pause – ha dichiarato Zohar –. L’obiettivo resta eliminare ogni minaccia e garantire la sicurezza dei cittadini israeliani. Hamas capisce solo la forza, e la forza è ciò che continueremo a esercitare”.

Parole che rispecchiano l’indirizzo strategico dell’esecutivo in carica, che ha sempre escluso un ritorno alla situazione pre-7 ottobre e che considera ogni tregua come un’opportunità per Hamas di riorganizzarsi.

L’ombra lunga degli ostaggi

Nel frattempo, resta alta la tensione sul fronte degli ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia. Dopo le liberazioni avvenute nei mesi precedenti, il numero esatto dei prigionieri non è stato ufficializzato, ma secondo stime diffuse da fonti israeliane, resterebbero circa 120 persone in mano a Hamas o ad altri gruppi armati.

Alcuni sarebbero ancora vivi, altri – secondo quanto riferito da militari israeliani – potrebbero essere deceduti durante i raid o uccisi nel corso dei combattimenti. Il tema resta centrale anche nella società israeliana, dove crescono le pressioni sull’esecutivo affinché esplori vie negoziali per riportare a casa i prigionieri. Ma, come ha ribadito Zohar, al momento “non c’è alcun accordo possibile”.

Una crisi che si avvita

La situazione nella Striscia di Gaza continua a peggiorare, sotto il peso di una guerra che sembra non avere sbocchi a breve termine. Le operazioni israeliane si stanno intensificando proprio nei giorni in cui la comunità internazionale moltiplica gli appelli per un cessate il fuoco, anche solo temporaneo, per permettere l’ingresso di aiuti umanitari su larga scala.

Ma, allo stato attuale, la posizione del governo israeliano è di chiusura totale, motivata da esigenze di sicurezza nazionale e da un calcolo strategico che punta alla rimozione definitiva di Hamas come attore militare e politico nella Striscia. Una linea che rischia di tradursi in una crisi umanitaria senza precedenti, con costi altissimi per la popolazione civile e una pace che, a ogni giorno che passa, sembra sempre più lontana.

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