Con l’avvio dell’anno scolastico 2025/2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito annuncia con enfasi oltre 41mila nuove assunzioni a tempo indeterminato. Un dato che il ministro Giuseppe Valditara definisce “un ulteriore passo avanti per garantire stabilità ai docenti ed efficienza al sistema”, sottolineando come l’anticipo delle procedure di nomina e il rafforzamento dell’organico rappresentino un segnale concreto di attenzione alla centralità dello studente.
Dietro ai numeri, tuttavia, il quadro appare più complesso. Se da un lato le immissioni in ruolo alleggeriscono la pressione del precariato storico, dall’altro non risolvono del tutto il nodo delle supplenze, che restano numerose soprattutto in alcune aree del Paese e in determinate discipline, dalla matematica alle lingue straniere. In molte province del Nord, ad esempio, gli organici risultano ancora incompleti, costringendo i dirigenti scolastici a ricorrere alle graduatorie di istituto e a incarichi annuali che poco si conciliano con l’obiettivo dichiarato della “continuità didattica”.
La stessa promessa di maggiore stabilità per gli studenti con disabilità si scontra con una realtà fatta di ritardi nell’assegnazione degli insegnanti di sostegno, figure spesso nominate a ridosso dell’inizio delle lezioni e non sempre in possesso di specializzazione adeguata. Una contraddizione che mina la coerenza del discorso ministeriale.
Sul fronte delle reggenze, il governo rivendica una riduzione dei casi di istituti affidati a dirigenti “a scavalco”. Anche qui, però, il dato va letto con cautela: se è vero che alcune situazioni si sono risolte grazie a nuove nomine, resta diffusa la pratica delle reggenze in aree periferiche o nei comprensivi di piccole dimensioni, con inevitabili ricadute sulla gestione quotidiana delle scuole.
L’anticipo delle procedure di nomina, presentato come svolta epocale, porta certamente un beneficio in termini organizzativi: avere i docenti titolari in cattedra fin dall’inizio delle lezioni è un obiettivo che il sistema ha spesso mancato. Ma la misura non basta da sola a garantire stabilità, soprattutto in un Paese che da decenni registra un turnover altissimo e un precariato endemico.
Il bilancio, dunque, è in chiaroscuro. Il piano di assunzioni segna un passo in avanti, ma non cancella le criticità strutturali: disparità territoriali, carenze di organico in materie chiave, precarietà del sostegno e reggenze ancora numerose. Una riforma che si presenta come risposta definitiva alle fragilità della scuola italiana rischia, nei fatti, di trasformarsi nell’ennesimo aggiustamento parziale.
Mentre il ministro Valditara rivendica il successo dell’operazione, dirigenti, insegnanti e famiglie si trovano a fare i conti con la quotidianità: quella delle classi che iniziano l’anno senza tutti i docenti, dei ragazzi con disabilità in attesa del proprio insegnante di sostegno, delle scuole guidate da presidi “a mezzo servizio”. Segnali che raccontano quanto sia ancora lunga la strada per una scuola davvero stabile, inclusiva ed efficiente.
