Donald Trump torna a infiammare la scena politica americana con un attacco diretto a George Soros e ai suoi figli, accusati di finanziare e sostenere le proteste che da giorni scuotono Washington e altre città degli Stati Uniti. “Dovrebbero essere perseguiti legalmente”, ha dichiarato il presidente, alzando ulteriormente il livello dello scontro con uno degli avversari più ricorrenti della sua retorica politica.
Il riferimento a Soros non è nuovo: il magnate di origine ungherese è da anni bersaglio della destra populista americana, indicato come emblema di un establishment globale che – secondo i detrattori – influenzerebbe movimenti e piazze contro i governi conservatori. L’inclusione dei figli nel mirino delle accuse, tuttavia, segna un salto di qualità nel linguaggio del presidente, che sceglie ancora una volta la via dello scontro diretto e personalizzato.
Parallelamente, Trump non allenta la pressione sull’Europa. Dopo aver minacciato ritorsioni contro l’Unione europea in caso di introduzione della digital tax, Bruxelles ha replicato con fermezza, rivendicando la propria autonomia decisionale. “Siamo sovrani sulle nostre attività economiche”, è stata la risposta netta della Commissione, che lascia presagire una nuova fase di tensione nei rapporti transatlantici.
A rendere ancora più complesso il quadro, nelle ultime ore a monopolizzare l’attenzione mediatica è stata una sequenza di immagini scattate durante l’incontro tra Trump e il presidente sudcoreano. Nelle foto, diventate rapidamente virali sui social, si notano evidenti lividi sulle mani del presidente. Un dettaglio che ha subito alimentato speculazioni e interrogativi sullo stato di salute del capo della Casa Bianca, che a 79 anni si trova al centro di una stagione politica e personale particolarmente delicata.
L’episodio ha scosso anche una parte dei repubblicani, tradizionalmente schierati a difesa del presidente. Alcuni esponenti del partito hanno iniziato a chiedere chiarimenti ufficiali, sottolineando come la trasparenza sulla salute del leader sia una questione imprescindibile, non solo per l’opinione pubblica ma anche per la stabilità istituzionale.
In un momento in cui la Casa Bianca si trova a gestire proteste interne, tensioni commerciali con l’Europa e la pressione di un calendario politico sempre più fitto, le immagini dei lividi rischiano di aggiungere una nuova incognita a un equilibrio già fragile. Trump, fedele al suo stile, non sembra intenzionato a smorzare i toni, ma le crepe che emergono dentro e fuori dal suo schieramento lasciano intravedere un autunno politico carico di incertezze.
