Il tribunale di Milano ha depositato le motivazioni della sentenza sul disastro ferroviario di Pioltello, avvenuto il 25 gennaio 2018 e costato la vita a tre donne, con oltre cento feriti e danni stimati superiori ai 6,2 milioni di euro. La quinta sezione penale ha assolto otto imputati tra dirigenti ed ex vertici di Rete Ferroviaria Italiana, compreso l’ex amministratore delegato Maurizio Gentile, escludendo responsabilità nella gestione della sicurezza ferroviaria.
Secondo i giudici, il processo non ha “consentito di accertare, al di là di ogni ragionevole dubbio, le ipotizzate carenze nel sistema di gestione della sicurezza ferroviaria” imputate all’ex amministratore delegato, “alla luce del suo ruolo e delle sue prerogative all’interno di RFI”. Unico condannato, a 5 anni e 3 mesi di reclusione, è stato il tecnico manutentore Marco Albanesi, all’epoca responsabile dell’unità di Brescia “Lav 1”, ritenuto colpevole di disastro ferroviario, omicidio plurimo e lesioni colpose.
La dinamica del deragliamento
L’incidente si verificò alle 6:56 del mattino, quando il regionale Trenord 10452 partito da Cremona e diretto a Milano Porta Garibaldi deragliò poco dopo la stazione di Pioltello-Limito. La fuoriuscita dai binari fu provocata dalla rottura di un giunto ferroviario, già logorato e “tempestivamente rilevato dagli operatori della manutenzione”.
Le vittime furono tre donne: Ida Milanesi, Giuseppina Pirri e Pierangela Tadini. Oltre cento passeggeri rimasero feriti, alcuni in modo grave.
Nessuna responsabilità gestionale
Nelle 338 pagine di motivazioni, i giudici chiariscono che la strage ferroviaria “è riconducibile esclusivamente alla rottura del giunto usurato” e che non è stato possibile dimostrare “carenze nella politica di gestione della sicurezza” da parte di RFI.
Una conclusione che ha portato all’assoluzione non solo di Gentile, ma anche di altri ex dirigenti: Umberto Lebruto, all’epoca direttore della Produzione e oggi amministratore delegato di FS Sistemi Urbani, e Vincenzo Macello, ex responsabile della Direzione territoriale provinciale.
Le richieste dell’accusa e l’esito del processo
La Procura di Milano, con i pm Leonardo Lesti e Maura Ripamonti, aveva chiesto condanne comprese tra i 7 e i 10 anni e 8 mesi per i vertici RFI, ritenuti responsabili di una gestione lacunosa della sicurezza. Ma per i giudici la catena di responsabilità non ha trovato conferma nei fatti emersi durante l’istruttoria.
Il verdetto finale ha così segnato una netta distinzione: da un lato l’assoluzione per i dirigenti, dall’altro la condanna dell’unico imputato di livello tecnico operativo, ritenuto colpevole per non avere adottato le misure necessarie a prevenire la rottura del giunto.
Un processo lungo e complesso
Il procedimento ha cercato di fare luce per anni su una delle peggiori tragedie ferroviarie recenti in Italia. La sentenza, depositata il 25 febbraio scorso, prova a chiudere un capitolo doloroso, ma lascia aperte domande e ferite. Per i familiari delle vittime e per i passeggeri sopravvissuti resta infatti il peso di un verdetto che attribuisce l’intera responsabilità a un solo livello operativo, escludendo le responsabilità apicali.
Un esito che segna la linea dei giudici: nessuna “carenza sistemica” nel modello di sicurezza di RFI, ma un guasto isolato e fatale, che si trasformò in tragedia irreparabile.
