13 Ottobre 2026, martedì
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CasaPound, vent’anni di sfida allo Stato: “Difenderemo il palazzo”.

Da via Napoleone III la sfida dei neofascisti. Marsella: “Non ce ne andiamo”. La Corte dei Conti calcola 4,6 milioni di danni. Vent’anni di occupazione tollerata: un’anomalia che chiama in causa Costituzione e politica.

A cura di Daniele Cappa

ROMA – Ventidue anni, un sequestro giudiziario rimasto sulla carta, condanne penali mai tradotte in sgomberi, danni milionari stimati dalla Corte dei Conti. Eppure via Napoleone III resta il cuore di CasaPound, il movimento che si definisce “fascista del terzo millennio”. Un’anomalia che fa discutere e che dopo lo sgombero del Leoncavallo a Milano torna con forza nell’agenda politica.

“Se dovessero arrivare per sgomberarci, difenderemo il palazzo. Non è una dichiarazione di guerra, ma non ce ne andiamo da qui”, ha detto il portavoce Luca Marsella, replicando al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Una sfida diretta allo Stato, che mette a nudo l’impotenza della politica e la contraddizione più bruciante: la sopravvivenza di un movimento che rivendica apertamente il fascismo in una Repubblica nata per bandirlo.

La difesa di CasaPound: “Non siamo come il Leoncavallo”

Intervistato dal Corriere della Sera, Marsella ha insistito: “Il Leoncavallo non è stato sgomberato, ma regolarizzato con un accordo. Noi vogliamo lo stesso trattamento. Non siamo difesi da nessuno, facciamo politica antisistema. Da vent’anni qui vivono venti famiglie italiane, in un palazzo abbandonato che abbiamo rimesso in piedi. A sinistra c’è un business delle occupazioni, noi una sola esperienza senza fini di lucro”.

Parole che intrecciano il racconto di un’emergenza abitativa con la volontà di porsi come alternativa alla politica istituzionale, rivendicando un ruolo sociale oltre che identitario.

La lunga anomalia di via Napoleone III

Dal 2003 a oggi si sono succeduti governi di centrodestra e centrosinistra. Tutti hanno annunciato sgomberi, nessuno li ha portati a termine. Nel 2020 l’edificio è stato sequestrato, nel 2023 sono arrivate condanne penali per dieci militanti. Ma il palazzo è ancora lì, bandiere tricolori e simboli del movimento sulle finestre, a testimoniare l’impunità di fatto di cui CasaPound gode da due decenni.

Il costo per lo Stato e il danno per la democrazia

Secondo la Corte dei Conti, l’occupazione ha prodotto 4,6 milioni di euro di mancati introiti per il Demanio. Una cifra che si somma al danno politico e civile: la contraddizione tra il dettato della Costituzione – che vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista – e la realtà di un movimento che si proclama fascista, organizza eventi, manifesta e occupa da vent’anni un edificio pubblico.

Il silenzio della politica e il peso della Costituzione

La XII disposizione transitoria e finale della Carta repubblicana è inequivocabile. La legge Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993 traducono quel divieto in norme penali. CasaPound, con la sua stessa autodefinizione, appare dunque in aperto contrasto con l’ordinamento democratico.

Eppure, lo Stato non ha mai agito fino in fondo. La responsabilità è anche politica. L’attuale governo, che non ha mai preso iniziative concrete per chiudere l’esperienza di CasaPound, mostra un’ambiguità che sfiora la collusione.

Ogni giorno in cui via Napoleone III resta occupata, la Repubblica cede terreno. Non solo sul piano della legalità, ma su quello più profondo dei valori fondativi. Perché in Italia, Paese nato dalla Resistenza, non può esserci spazio per chi rivendica l’eredità del fascismo.

Cronologia di un’occupazione

  • 27 dicembre 2003 – Militanti di CasaPound occupano il palazzo di via Napoleone III, di proprietà dell’Agenzia del Demanio.
  • 2008-2018 – Promesse di sgomberi da parte di governi di centrodestra e centrosinistra, mai realizzate.
  • maggio 2020 – L’edificio viene formalmente sequestrato dalla magistratura. Restano dentro militanti e famiglie.
  • 2023 – Dieci attivisti condannati a 2 anni e 2 mesi di carcere per l’occupazione.
  • 2024-2025 – Nuove polemiche dopo lo sgombero del Leoncavallo a Milano. Marsella: “Difenderemo il palazzo”.

La cornice giuridica

  • XII disposizione transitoria e finale della Costituzione: vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista.
  • Legge Scelba (1952): punisce chi promuove movimenti che perseguono finalità antidemocratiche proprie del fascismo.
  • Legge Mancino (1993): sanziona gesti, simboli e slogan di matrice fascista, razzista e discriminatoria.
  • CasaPound: si definisce “fascista del terzo millennio”, in aperto contrasto con questi divieti.

I costi dell’occupazione

  • 4,6 milioni di euro: la stima della Corte dei Conti sui mancati introiti per l’Agenzia del Demanio.
  • 9 dirigenti pubblici: chiamati a rispondere del danno erariale per omessa disponibilità e mancata riscossione dei canoni.
  • Un palazzo di sei piani: bloccato da oltre vent’anni, sottratto a un possibile utilizzo pubblico o privato.

La vicenda di via Napoleone III non è una banale disputa su un palazzo: è una ferita alla Repubblica. CasaPound non è un’associazione di quartiere né un esperimento sociale alternativo: è un movimento che si proclama fascista, in aperta violazione della XII disposizione transitoria della Costituzione, della legge Scelba e della legge Mancino. Ogni giorno in cui quell’occupazione continua equivale a legittimare l’illegalità e a permettere la sopravvivenza di ciò che la Carta repubblicana ha messo al bando “sotto qualsiasi forma”.

Non si tratta di un vuoto normativo: le leggi ci sono, chiare e cogenti. Si tratta piuttosto di una scelta politica, di un calcolo di convenienza che in vent’anni ha prodotto un’unica costante: la tolleranza verso chi del fascismo rivendica l’eredità. Promesse di sgomberi si sono alternate a governi di destra e di sinistra, senza mai arrivare a una soluzione definitiva. L’attuale esecutivo, che sulla legalità erige il proprio vessillo, continua a rinviare, trasformando l’ambiguità in un messaggio pericoloso: con i neofascisti si può chiudere un occhio.

Ma qui non è in gioco solo un immobile né i 4,6 milioni di euro di danni stimati dalla Corte dei Conti. Qui è in gioco la credibilità stessa dello Stato, la coerenza della democrazia italiana con i principi su cui si fonda. Ogni giorno di esitazione, ogni rinvio, è un cedimento.

Difendere la Costituzione non significa celebrarla a parole, ma applicarla. E applicarla significa dire con chiarezza che CasaPound e affini non hanno diritto di cittadinanza nella vita pubblica di questo Paese. Non può esistere una Repubblica fondata sull’antifascismo che tollera un movimento fascista nel cuore della sua capitale. Chiudere via Napoleone III non è un atto simbolico: è un dovere costituzionale, un imperativo civile, l’unico modo per impedire che la resa diventi complicità.

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