Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rompe il silenzio e interviene pubblicamente per elogiare le sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla Corte penale internazionale, definendole un atto necessario e “fermo” in difesa di Israele contro quella che descrive come una “campagna diffamatoria”.
“Mi congratulo con Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, per la sua decisione di imporre sanzioni ai giudici della Corte Internazionale dell’Aia”, ha dichiarato Netanyahu in un comunicato ufficiale rilanciato dal Times of Israel. “Si tratta di un passo fermo contro la falsa campagna diffamatoria che prende di mira lo Stato di Israele e le Forze di Difesa Israeliane, e a favore della verità e della giustizia”.
Le parole del premier arrivano a stretto giro dall’annuncio di Washington, che ha varato un pacchetto di misure contro quattro funzionari della Corte penale internazionale (Cpi). Tra loro figura anche il giudice francese Nicolas Yann Guillou, lo stesso che nel 2024 aveva firmato i mandati di arresto internazionali contro Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra per le operazioni israeliane nella Striscia di Gaza.
Il contesto: la frattura tra Washington e la Cpi
Il gesto dell’amministrazione Trump, confermato ora da J.D. Vance come parte della linea diplomatica in continuità, si inserisce in un contesto di dure frizioni tra gli Stati Uniti e la Corte dell’Aia. La decisione di sanzionare alcuni magistrati del tribunale internazionale rappresenta una presa di posizione netta contro le inchieste avviate nei confronti di leader israeliani (e, in passato, anche americani), accusate da Washington e da Gerusalemme di essere “politicamente motivate”.
Per Netanyahu, questo è il cuore della questione: la Corte penale internazionale, secondo la lettura israeliana, si starebbe sostituendo alla sovranità nazionale e militare di uno Stato democratico, equiparando le azioni difensive dell’esercito israeliano agli atti di organizzazioni terroristiche. Un parallelismo giudicato inaccettabile, soprattutto in un momento in cui Israele è ancora impegnato nella delicata gestione della sicurezza a Gaza e sul confine nord con il Libano.
Gli USA sanzionano: “Difendiamo sovranità e alleati”
A motivare il provvedimento sanzionatorio era stato Marco Rubio, il segretario di Stato statunitense, che in una nota aveva spiegato: “Questi individui sono cittadini stranieri che hanno partecipato direttamente alle azioni della Corte penale internazionale per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele, senza il consenso di entrambe le nazioni”.
Una dichiarazione che si riallaccia a una linea storica della politica estera americana, trasversale agli schieramenti: gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma che istituì la Corte, ritenendo inaccettabile che un organismo internazionale possa esercitare giurisdizione su cittadini americani senza autorizzazione.
Ma mai prima d’ora il conflitto diplomatico aveva toccato questo livello. Le sanzioni economiche e restrizioni sui visti annunciate contro i funzionari della Cpi rappresentano una risposta senza precedenti contro un organo giudiziario multilaterale, finora considerato un pilastro – seppure controverso – del sistema giuridico internazionale.
Il peso politico delle parole di Netanyahu
Il plauso di Netanyahu ha un significato non solo giudiziario ma fortemente politico e simbolico. In un momento in cui la comunità internazionale è divisa sull’operato di Israele nella Striscia di Gaza e cresce il pressing delle organizzazioni umanitarie e delle cancellerie europee, l’alleanza con Washington viene ribadita come centrale, in chiave sia diplomatica che strategica.
Le parole del premier israeliano non sono una mera dichiarazione di sostegno: sono un chiaro segnale a chi, anche in Europa, considera legittima e necessaria l’azione della Cpi. A Gerusalemme, la decisione di indagare il premier in carica viene vista come un tentativo di delegittimazione dell’intero Stato di Israele, e delle sue strutture di autodifesa.
Un sostegno che resta isolato
Al momento, quello di Netanyahu resta l’unico plauso di rilievo internazionale alle sanzioni statunitensi. A parte la posizione già nota dell’ex presidente Donald Trump, che a sua volta pende sotto un mandato d’arresto internazionale emesso dalla stessa Corte, nessun altro leader democratico ha finora espresso pubblicamente consenso all’iniziativa americana.
Anzi, all’interno delle stesse Nazioni Unite, molti osservatori e diplomatici parlano di un “pericoloso precedente” e di una aggressione istituzionale nei confronti del diritto internazionale, capace di indebolire gli strumenti di giustizia globale in un’epoca segnata da crisi e conflitti su più fronti.
Nel merito, non è stato ancora chiarito se la Commissione europea o i principali governi dell’Unione intendano reagire o se, al contrario, manterranno una posizione prudente in attesa di sviluppi. Di certo, le parole di Netanyahu suonano oggi come un’eco isolata in un coro di preoccupazioni crescenti per il deterioramento dei rapporti tra le potenze occidentali e gli organismi multilaterali.
Conclusione: tra giustizia e diplomazia, il confronto si fa politico
Le sanzioni USA contro la Corte penale internazionale, ora apertamente sostenute da Israele, segnano una nuova fase dello scontro tra giustizia internazionale e sovranità statale. La mossa statunitense, applaudita da Netanyahu, punta a proteggere Israele e i propri interessi, ma al tempo stesso rischia di minare la legittimità di uno dei pochi tribunali internazionali incaricati di perseguire i crimini di guerra e contro l’umanità.
Mentre la diplomazia si prepara a settimane di tensione, la linea di frattura si fa sempre più chiara: da un lato i fautori di una giustizia globale senza confini; dall’altro, i governi che rivendicano il diritto esclusivo di giudicare le proprie azioni. Una sfida che, ben oltre la Corte dell’Aia, interroga il futuro dell’ordine internazionale.
