6 Giugno 2026, sabato
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Dazi, la Ue riceve il nuovo testo dagli Usa: trattativa al rush finale

La Commissione Europea conferma l'arrivo di una nuova bozza per la dichiarazione congiunta sulle tariffe commerciali. Intanto, negli Stati Uniti, si inasprisce lo scontro tra Trump e Powell: il presidente minaccia di sostituire il capo della Fed, valutando undici nomi alternativi.

BRUXELLES – Sul fronte transatlantico dei dazi si torna a parlare la lingua della diplomazia, ma la trattativa resta un braccio di ferro ad alta tensione. La Commissione Europea ha confermato di aver ricevuto dagli Stati Uniti una nuova versione del testo per la dichiarazione congiunta sui dazi, il documento destinato a tradurre in parole e clausole vincolanti l’intesa politica di principio raggiunta nei giorni scorsi.

«Abbiamo ricevuto un nuovo testo dagli Stati Uniti. Ora lo analizzeremo con attenzione, formuleremo le nostre osservazioni e le invieremo ai nostri interlocutori americani. Continuerà quindi il ping-pong negoziale per arrivare a un documento condiviso», ha spiegato un portavoce della Commissione, lasciando intendere che il traguardo è vicino ma non ancora a portata di mano.

“I dettagli sono cruciali”
La partita si gioca tutta sui dettagli, quelli che spesso decidono la tenuta — o il naufragio — degli accordi commerciali. «Siamo vicini», ha ribadito il portavoce, «ma è un documento importante, e proprio per questo serve ancora un po’ di pazienza». Un linguaggio cauto ma costruttivo, tipico di Bruxelles quando il negoziato è delicato e la convergenza è possibile, ma non garantita.

Il contenuto esatto del nuovo testo non è stato reso noto, ma si tratta verosimilmente di una revisione del linguaggio legato alle tariffe, agli impegni reciproci in materia di commercio industriale e, forse, all’approccio condiviso verso le tensioni con la Cina, da tempo nel mirino dell’amministrazione americana.

Intanto Washington è un campo di battaglia: Trump contro Powell
Mentre le delegazioni europee e statunitensi lavorano per trovare un punto di caduta sui dazi, negli Stati Uniti si consuma l’ennesimo atto dello scontro tra il presidente Donald Trump e Jerome Powell, presidente della Federal Reserve.

«Sto valutando undici candidati per sostituirlo», ha dichiarato Trump, alimentando nuove turbolenze sui mercati e rilanciando la sua personale guerra contro la Banca centrale americana, accusata — a suo dire — di ostacolare la crescita economica con una politica monetaria troppo cauta.

Il confronto tra Casa Bianca e Fed non è una novità, ma il tono adottato dal presidente segna un ulteriore scarto: non più critiche o inviti a «tagliare i tassi», ma la minaccia esplicita di un avvicendamento al vertice dell’istituto, che in base all’ordinamento statunitense dovrebbe agire in piena indipendenza dal potere esecutivo.

Powell, finora, ha mantenuto una linea ferma, difendendo l’autonomia della Fed e respingendo pressioni politiche sulle decisioni di politica monetaria. Ma la pressione dell’amministrazione si fa sentire, e la posta in gioco — anche in vista della campagna per le presidenziali — è altissima.

Un quadro geopolitico in movimento
Le due vicende — dazi e Fed — si muovono su binari diversi ma finiscono per intersecarsi nello scenario più ampio della politica economica globale. La trattativa sui dazi tra Usa e Ue è cruciale per evitare una nuova escalation protezionistica, con potenziali impatti su manifattura, export e occupazione.

Al tempo stesso, l’eventuale destabilizzazione della Federal Reserve, in un momento in cui l’economia americana mostra segnali di rallentamento, rischia di aggiungere incertezza ai mercati internazionali, già provati dalle tensioni tra Washington e Pechino, dalle dinamiche energetiche e dalle incognite geopolitiche.

La sensazione, a Bruxelles come a Washington, è che ci si trovi davanti a un bivio. Da un lato c’è la possibilità di rinsaldare la cooperazione atlantica con un accordo commerciale che riduca tensioni e favorisca investimenti. Dall’altro, lo spettro di nuove frizioni, tra dazi e politiche monetarie, che potrebbero alimentare instabilità in uno scenario globale già fragile.

Per ora, si attendono le prossime mosse. A Bruxelles si leggono le righe — e le righe piccole — del nuovo testo americano. A Washington, invece, si contano i nomi. Undici, per l’esattezza.

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