5 Ottobre 2026, lunedì
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Netanyahu e il sogno della “Grande Israele”: «La mia è una missione storica e spirituale»

Il premier israeliano rilancia la visione espansionista nata dopo la Guerra dei Sei Giorni, includendo nei confini ideali anche territori destinati a un futuro Stato palestinese e, potenzialmente, porzioni di Giordania ed Egitto.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non usa mezzi termini per descrivere la propria visione politica. In un’intervista rilasciata all’emittente i24, il leader del Likud ha dichiarato di sentirsi investito di una «missione storica e spirituale», affermando di essere «molto» legato al concetto di Grande Israele — un’idea geopolitica che, per la sua portata, continua a sollevare forti reazioni in Medio Oriente e nella comunità internazionale.

La “Grande Israele”, nella concezione evocata da Netanyahu, non si limita ai confini attuali dello Stato ebraico: comprende anche territori oggi destinati alla formazione di un futuro Stato palestinese e, nella formulazione più estesa, persino porzioni di Giordania ed Egitto. Un’idea che affonda le sue radici nella storia recente di Israele e che resta, per molti, il simbolo di un approccio nazionalista e di lungo respiro strategico.

L’espressione fu coniata dopo la Guerra dei Sei Giorni, nel giugno 1967, quando Israele sconfisse in sei giorni Egitto, Siria e Giordania, conquistando un vasto insieme di territori: Gerusalemme Est, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la Penisola del Sinai e le Alture del Golan. All’epoca, la definizione di Grande Israele indicava il Paese insieme alle aree appena acquisite, suscitando un acceso dibattito politico e ideologico.

Negli anni successivi, il termine venne adottato in contesti differenti, talvolta con una connotazione simbolica, talvolta come progetto politico concreto. In versioni più ampie, includeva Israele, Gaza, Cisgiordania e persino l’attuale Giordania, riflettendo una visione territoriale che travalicava i confini stabiliti dalle risoluzioni internazionali.

Le dichiarazioni di Netanyahu si inseriscono in un momento particolarmente delicato per la regione, con il processo di pace israelo-palestinese in stallo, tensioni interne e crescenti pressioni diplomatiche. La riaffermazione di un’idea così divisiva rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni, sia sul fronte interno sia nei rapporti con i Paesi vicini e con gli alleati occidentali.

Per il premier, tuttavia, si tratta di una vocazione personale: un obiettivo che unisce identità nazionale, visione strategica e convinzione religiosa. Una “missione” — come la definisce lui stesso — che guarda a un futuro in cui i confini di Israele, almeno nella sua prospettiva, non coincidono con quelli tracciati dalle mappe di oggi.

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