COSENZA — Barba bianca, sandali consumati, tonaca da cappuccino e, spesso, la sciarpa rossoblù del Cosenza Calcio sulle spalle: così la città ricorderà per sempre Padre Fedele Bisceglia, morto a 87 anni dopo una lunga malattia. Con lui se ne va una delle figure più amate, discusse, riconoscibili e ostinate della Calabria degli ultimi cinquant’anni. Un frate fuori dagli schemi, capace di tenere insieme il Vangelo e lo stadio, la carità più concreta e la protesta più rabbiosa, fino a diventare — suo malgrado — simbolo di una Chiesa che non sempre sa perdonare.
Padre Fedele si è spento nel reparto di geriatria di una clinica alle porte di Cosenza, dove era ricoverato da alcune settimane. La notizia della sua morte è stata accolta con cordoglio e commozione non solo tra i fedeli e i volontari che per decenni lo hanno affiancato, ma anche tra tanti cittadini comuni, politici, ex detenuti, persone senza dimora: uomini e donne che in lui avevano trovato non solo un aiuto, ma una presenza, una voce, un riferimento stabile anche nei giorni più duri.
Un frate popolare e combattente
Nato a Lucera, in provincia di Foggia, ma cosentino d’adozione, Fedele Bisceglia era entrato nell’Ordine dei Frati Cappuccini, scegliendo ben presto una strada tutta sua, segnata dalla vocazione missionaria e dal servizio agli ultimi. Dopo un’esperienza in Africa, tornò in Italia e si stabilì a Cosenza, dove fondò l’Oasi Francescana, una struttura che offriva pasti caldi, letti e ascolto a centinaia di poveri, tossicodipendenti, migranti, senza tetto.
La sua era una presenza costante e infaticabile nelle strade più difficili della città. Mai dogmatico, sempre diretto, spesso sopra le righe, era amato da chi viveva ai margini tanto quanto era guardato con sospetto da alcune gerarchie ecclesiastiche. Non disdegnava la telecamera, parlava con naturalezza ai giornalisti e non si tirava indietro davanti al conflitto: “Chi serve i poveri deve anche disturbare i ricchi”, diceva spesso.
E c’era poi il calcio, altra grande passione della sua vita. Padre Fedele era un volto fisso sugli spalti del San Vito-Marulla, dove sedeva con la sciarpa del Cosenza tra gli ultras. Era il “frate tifoso”, quello che benediceva la squadra, lanciava appelli ai dirigenti, tuonava contro le ingiustizie sportive. Ma anche in questo, era il popolo il suo vero stadio: quello dei senza voce.
Il lungo calvario giudiziario
La sua immagine pubblica venne travolta nel 2006, quando una suora lo accusò di violenza sessuale. L’arresto, il clamore mediatico, la gogna immediata. La Chiesa lo sospese a divinis, proibendogli di celebrare messa, e lo allontanò dal convento. Le sue opere sociali subirono un colpo durissimo. Padre Fedele, nel frattempo, si difese strenuamente, proclamando sempre la sua innocenza. Il processo durò quasi un decennio. Nel 2015 fu assolto in appello e l’anno successivo la Corte di Cassazione chiuse definitivamente la vicenda con la formula più ampia: “il fatto non sussiste”.
Ma la ferita era ormai profonda. E la Chiesa, pur in presenza della piena assoluzione, non lo reintegrò mai. Una decisione che lui visse come un’ingiustizia dolorosa, tanto più perché non lo aveva mai allontanato chi riceveva il suo aiuto.
Il Paradiso dei Poveri e il suo ultimo desiderio
Dopo essere stato estromesso dall’Oasi Francescana, Padre Fedele non si fermò. A Donnici, frazione collinare alle porte di Cosenza, creò una nuova realtà: Il Paradiso dei Poveri, un centro dove tornò a dare cibo, coperte, parole, conforto. “Torno a essere frate tra i poveri, anche se senza tonaca ufficiale”, diceva con orgoglio.
Anche negli ultimi anni, provati dalla malattia e dall’età, non smise mai di far sentire la sua voce: interveniva su radio locali, scriveva post su Facebook, criticava l’abbandono istituzionale dei più fragili e, a modo suo, continuava a fare comunità.
Negli ultimi giorni di vita, raccontano i volontari, avrebbe espresso un desiderio semplice e profondo: celebrare almeno un’ultima Messa. Il vescovo di Cosenza, monsignor Giovanni Checchinato, lo aveva visitato in clinica e si era detto pronto a rivedere la posizione canonica, ma la morte è arrivata prima. Un gesto di riconciliazione che resta incompiuto, forse anche simbolico del rapporto complesso tra un frate popolare e una Chiesa istituzionale che non lo ha mai completamente riabbracciato.
Una città intera lo saluta
L’annuncio della sua morte è stato dato tramite la pagina Facebook dell’associazione da lui fondata. Un post sobrio, commosso: “Padre Fedele ha dedicato tutta la sua vita agli ultimi, agli invisibili. Con amore instancabile ha fondato e portato avanti questa realtà, lasciandoci in dono il suo esempio di carità, giustizia e fede”.
Tantissimi i messaggi di cordoglio. Fra i primi, quello del senatore Mario Occhiuto, ex sindaco di Cosenza: “Padre Fedele c’era sempre. Anche nel momento più difficile della mia vita, lo ricordo in disparte, all’altare, con la sua messa silenziosa. Era il suo modo di dire ‘sono qui’, senza bisogno di parole”.
E ancora: “Ha dedicato tutta la vita agli ultimi, con un’umanità e una concretezza rare”.
Un’eredità difficile da archiviare
Padre Fedele lascia un’eredità complessa ma viva. È stato un uomo che ha spaccato le opinioni, ma mai che ha lasciato indifferenti. Chi lo ha conosciuto sa che la sua fede era concreta, quotidiana, scomoda. Il suo nome resterà legato a un’idea precisa di carità: fatta di pane, abbracci, rabbia, solidarietà vera.
Nel cuore della città che lo ha adottato, tra i palazzi del centro e le periferie dimenticate, Padre Fedele continuerà a vivere nei gesti di chi oggi — grazie a lui — ha imparato che non c’è Vangelo senza poveri, e non c’è giustizia senza memoria.
