Israele verso l’approvazione di un piano per il controllo graduale di Gaza: espansione militare e sfollamenti in vista
Nel pomeriggio, le autorità israeliane voteranno un nuovo piano militare a tappe per l’occupazione di vaste aree della Striscia di Gaza, con una prospettiva operativa che si estende fino a cinque mesi. Secondo quanto riportato da fonti dei media israeliani, l’obiettivo del progetto sarebbe quello di consolidare il controllo territoriale in zone ancora ritenute strategicamente rilevanti, ma sotto il dominio residuo o clandestino del movimento palestinese Hamas.
A rendere la notizia ancora più drammatica è la previsione esplicita, contenuta nei documenti operativi, di uno sfollamento forzato di circa un milione di civili palestinesi, che dovrebbero abbandonare le zone interessate dall’offensiva. Si tratta di numeri che impongono un ripensamento profondo della portata e delle conseguenze di tale azione: una delle più ampie operazioni di trasferimento forzato pianificato nella storia recente del conflitto israelo-palestinese.
La proposta arriva in una fase già segnata da intensi combattimenti, emergenza umanitaria e accuse reciproche di crimini di guerra, in un contesto dove il margine per la mediazione diplomatica si è assottigliato fino quasi a scomparire.
Un piano militare sotto osservazione internazionale
Le caratteristiche del piano israeliano sono, per ora, in parte riservate, ma i tratti essenziali delineano un’occupazione progressiva, per quadranti, finalizzata al controllo diretto delle aree centrali e meridionali della Striscia, con l’obiettivo di neutralizzare le ultime roccaforti militari e logistiche di Hamas. L’avanzamento dovrebbe essere scandito da una sequenza di operazioni congiunte delle forze armate israeliane, con presidi stabili nei territori conquistati, una volta che i civili siano stati costretti a lasciare le zone di operazione.
Le implicazioni sono molteplici. Sul piano umanitario, il piano metterebbe ulteriore pressione su una popolazione già in larga parte sfollata, denutrita e priva di accesso regolare ad acqua, elettricità, cure mediche. Le Nazioni Unite stimano che oltre l’80% della popolazione di Gaza abbia già abbandonato le proprie abitazioni a seguito dei combattimenti successivi all’attacco del 7 ottobre 2023.
Hamas e la gestione opaca degli aiuti umanitari
Intanto, nuove rivelazioni da parte della BBC gettano ulteriore luce sulle capacità finanziarie e logistiche di Hamas prima e durante il conflitto. Un alto dirigente del movimento islamista, rimasto anonimo, ha confermato all’emittente britannica che l’organizzazione aveva accumulato circa 700 milioni di dollari in contanti, oltre a centinaia di milioni di shekel, conservati nei tunnel sotterranei sparsi sotto la Striscia. Queste riserve sarebbero state utilizzate per pagare gli stipendi di circa 30.000 dipendenti, attraverso un sistema di pagamento basato su messaggi criptati e buste sigillate, in un’economia parallela che ha resistito persino ai bombardamenti più intensi.
Il dato non è solo di interesse investigativo, ma anche politico. Israele ha più volte denunciato il dirottamento sistematico degli aiuti umanitari da parte di Hamas, accusa ora confermata, almeno in parte, da alcune fonti interne al movimento. Una quota significativa degli aiuti alimentari e sanitari destinati alla popolazione sarebbe stata infatti rivenduta sul mercato nero a prezzi esorbitanti, oppure distribuita selettivamente ai fedelissimi del movimento.
Queste rivelazioni rischiano di rafforzare la narrativa israeliana secondo cui la crisi umanitaria a Gaza non è solo conseguenza delle operazioni militari, ma anche dell’appropriazione indebita delle risorse da parte di Hamas, che continua a esercitare un controllo di fatto su porzioni del territorio, soprattutto attraverso la rete sotterranea di tunnel e milizie armate.
La quotidianità della violenza: 22 civili colpiti in un solo giorno
A fare da sfondo a questo quadro geopolitico e militare sono le vittime quotidiane del conflitto, il cui numero continua a crescere. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, nelle ultime 24 ore, ventidue civili palestinesi sono stati uccisi o feriti a Gaza in attacchi condotti dalle forze israeliane. Le incursioni, concentrate nelle aree densamente popolate ancora accessibili ai civili, proseguono senza sosta, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria già in corso.
Le immagini che giungono da Gaza parlano di quartieri ridotti in macerie, ospedali sovraffollati e carenza cronica di medicinali, mentre le principali agenzie internazionali di aiuto denunciano gravi ostacoli nella distribuzione degli aiuti a causa dell’insicurezza sul terreno e del controllo parziale da parte dei gruppi armati.
Una prospettiva inquietante: tra sicurezza e diritto internazionale
Il piano che Israele si accinge a votare solleva interrogativi giuridici e morali di ampia portata. Sul piano del diritto internazionale, lo sfollamento forzato su larga scala di popolazioni civili è proibito, salvo che in circostanze strettamente necessarie per la sicurezza della popolazione stessa, e in ogni caso solo se accompagnato da garanzie di ritorno e protezione. Le condizioni attuali nella Striscia di Gaza non sembrano soddisfare tali requisiti, rendendo altamente controversa la legalità dell’operazione.
Parallelamente, la comunità internazionale si trova di fronte a una crisi che sfugge alle risposte tradizionali: né le risoluzioni ONU né le mediazioni regionali hanno finora prodotto effetti concreti. Le diplomazie occidentali appaiono divise tra il sostegno al diritto di Israele a difendersi e la crescente preoccupazione per l’impatto umanitario e politico dell’occupazione prolungata di Gaza.
Conclusione: una guerra che ridefinisce i confini della crisi
L’approvazione del piano israeliano per l’occupazione graduale della Striscia segna un punto di svolta nella guerra iniziata nell’ottobre 2023. Da una fase di risposta militare immediata, si passa ora a un’azione sistematica e pianificata, che sembra prefigurare una nuova geografia del conflitto, con conseguenze imprevedibili per l’intero equilibrio regionale.
L’informazione che giunge dal Cremlino, dal fronte ucraino, da Teheran e da Washington si intreccia quotidianamente con le notizie che provengono da Gaza. Eppure, in quella piccola porzione di territorio tra mare e deserto, dove vivono stipati oltre due milioni di esseri umani, si sta giocando una delle partite più oscure e cruciali del nostro tempo. E le decisioni prese oggi, dietro le porte chiuse dei consigli di sicurezza, si ripercuoteranno per decenni sulle vite di chi, ancora una volta, non ha voce.
