6 Ottobre 2026, martedì
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Gianni Berengo Gardin, il fotografo dell’Italia vera

Addio a un maestro dello sguardo: ha raccontato il Paese con rigore, umanità e passione civile

Gianni Berengo Gardin è morto oggi, 7 agosto 2025, all’età di 94 anni a Genova. Fotografo tra i più influenti del panorama italiano e internazionale, ha raccontato l’Italia con uno sguardo documentaristico, empatico e spesso politico. Con oltre sessant’anni di carriera, ha attraversato la storia del Paese testimoniandone trasformazioni, contraddizioni e bellezza. Dal reportage sociale ai paesaggi urbani, dalle fabbriche agli ospedali psichiatrici, la sua opera ha segnato una svolta nel modo di intendere la fotografia come strumento di riflessione e denuncia. È stato capace di unire rigore estetico e sensibilità umana, con una produzione che oggi è considerata patrimonio culturale.

Una vita dedicata alla fotografia: chi era Gianni Berengo Gardin

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, Berengo Gardin ha iniziato a fotografare da autodidatta nel dopoguerra. Dopo aver vissuto tra Roma, Parigi e Venezia, ha deciso di dedicarsi interamente alla fotografia nei primi anni Sessanta. Il suo stile sobrio e diretto si è presto distinto in un panorama artistico che oscillava tra sperimentazioni e cronaca visiva. La sua visione non cercava l’estetizzazione della realtà, ma la sua verità più essenziale.

Nel corso della sua lunga carriera, ha mantenuto fede a un’idea di fotografia come impegno civile. Le sue immagini non erano mai costruite per stupire, ma per raccontare. Il bianco e nero, scelta costante, diventava linguaggio rigoroso e al tempo stesso poetico. Ogni scatto era il risultato di osservazione, rispetto e profonda consapevolezza del contesto.

Lo sguardo di un testimone

Berengo Gardin non è stato semplicemente un fotografo. È stato un narratore visivo, un intellettuale con la macchina fotografica al posto della penna, un artigiano dell’immagine che ha attraversato oltre sessant’anni di storia italiana senza mai smettere di osservare e interrogare la realtà. Dai manicomi ai cantieri navali, dai campi rom agli interni borghesi, dai paesaggi urbani alle fabbriche del Nord, la sua opera è un’enciclopedia fotografica dell’Italia del secondo Novecento, animata da uno sguardo che univa denuncia e compassione, rigore formale e partecipazione emotiva.

Non cercava mai l’effetto, ma l’essenza. Il suo era un bianco e nero rigoroso, mai estetizzante, una scelta stilistica e politica insieme: per spogliare la realtà del superfluo, per concentrarsi su ciò che conta davvero.

La fotografia come impegno civile

Per Berengo Gardin la fotografia era impegno prima ancora che espressione artistica. Le sue immagini, pur formalmente impeccabili, non sono mai esercizi di stile. Sono atti di attenzione, documenti che parlano con onestà e rispetto. Non ha mai rincorso l’icona, ma ha elevato l’ordinario a racconto. Nelle sue foto c’è il Paese com’è, non come vorremmo che fosse: con le sue contraddizioni, le sue ingiustizie, ma anche con la sua bellezza silenziosa, la sua forza quotidiana.

Celebre è il suo lavoro nei manicomi italiani, svolto insieme a Franco Basaglia negli anni Settanta: una serie di immagini dure e commoventi, che contribuirono al cambiamento della percezione pubblica del trattamento dei malati psichiatrici, in un momento cruciale per la riforma della sanità mentale. Ma tutto il suo lavoro è attraversato da una coerenza rara: quella di chi ha scelto di raccontare il reale senza piegarlo a esigenze di mercato o moda.

Una carriera senza compromessi

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, Berengo Gardin iniziò a fotografare nel dopoguerra, da autodidatta. Dopo aver vissuto tra Roma, Parigi e Venezia, si dedicò completamente alla fotografia a partire dagli anni Sessanta. La sua cifra stilistica si impose subito per sobrietà, onestà e chiarezza. In un’epoca in cui la fotografia oscillava tra l’estetismo e la cronaca sensazionalistica, lui scelse una terza via: quella della verità.

Nel corso della sua lunga carriera ha collaborato con testate italiane e internazionali, da L’Espresso a Domus, da Time a Le Figaro, ma non ha mai rinunciato alla propria indipendenza. Oltre 250 libri portano la sua firma, molti dei quali oggi considerati pietre miliari della fotografia contemporanea. Eppure, Berengo Gardin non ha mai amato i riflettori: ha sempre preferito parlare con le sue immagini, lasciando che fossero gli altri a giudicare.

Un’eredità culturale viva

Le sue fotografie sono oggi conservate nei più importanti musei e archivi del mondo – dal MoMA di New York alla Bibliothèque nationale de France, dalla Fondazione Cartier-Bresson alla Fondazione Forma di Milano – ma la sua vera eredità è nel modo in cui ha insegnato a guardare il mondo con attenzione, rispetto e spirito critico.

«Un fotografo è uno che guarda con amore e rabbia», diceva. E forse sta proprio lì il cuore del suo lavoro: in quello sguardo doppio, capace di indignarsi senza cinismo, e di commuoversi senza sentimentalismo.

L’ultima foto, il ricordo più vero

Con la scomparsa di Gianni Berengo Gardin si chiude un capitolo fondamentale della fotografia italiana. Ma resta il suo archivio immenso, e soprattutto resta la sua lezione di stile e di vita: osservare, comprendere, raccontare. Con onestà, con pudore, con passione.

In un mondo che corre veloce e confonde l’immagine con lo spettacolo, il lavoro di Berengo Gardin ci ricorda che fotografare è un atto etico prima ancora che estetico, che la verità ha bisogno di occhi allenati e cuori attenti. E che, a volte, basta uno scatto per farci vedere davvero.

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