5 Ottobre 2026, lunedì
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Israele verso il controllo di Gaza, ma senza annessione: Netanyahu rilancia la strategia “sicurezza senza sovranità”

Israele vuole assumere il controllo totale della Striscia di Gaza, ma senza annetterla. È quanto ha ribadito il primo ministro Benjamin Netanyahu, delineando una visione che punta alla sicurezza attraverso il dominio territoriale, pur senza un’integrazione formale dell’enclave palestinese. Una posizione che riaccende il dibattito interno e alimenta tensioni crescenti in seno al Paese, proprio mentre il gabinetto di sicurezza si riunisce per discutere le prossime mosse sul piano militare.

“Il nostro obiettivo è garantire la sicurezza dei cittadini israeliani rimuovendo Hamas dalla Striscia”, ha dichiarato Netanyahu. “Vogliamo permettere agli abitanti di Gaza di vivere liberi, sotto un governo civile che non sia Hamas né alcun gruppo che promuova la distruzione di Israele.” Nessuna annessione, dunque, ma la volontà esplicita di instaurare un controllo capillare, almeno nella fase transitoria post-Hamas.

L’idea, secondo quanto affermato dal premier, è quella di affidare la Striscia a una gestione araba che garantisca stabilità e sicurezza, rompendo il legame con le milizie islamiste. “Vogliamo consegnare Gaza a forze arabe che la governeranno responsabilmente, senza rappresentare una minaccia per Israele e assicurando una vita dignitosa alla popolazione. Ma questo, oggi, è impossibile con Hamas al potere”, ha affermato Netanyahu, lasciando intravedere un’ipotesi di amministrazione esterna — possibilmente giordana o egiziana — ancora tutta da definire.

Ma la strategia del primo ministro trova ostacoli significativi, sia sul fronte interno che all’interno dell’apparato di sicurezza. Durante la riunione del gabinetto, convocata per discutere l’ipotesi di un’occupazione militare vera e propria di Gaza, le perplessità non sono mancate. Secondo indiscrezioni, il Capo di Stato maggiore dell’IDF e altri alti ufficiali hanno espresso forti riserve, parlando apertamente di un “buco nero” in cui rischia di sprofondare lo Stato ebraico.

I dubbi riguardano non solo la complessità operativa di un’occupazione prolungata, ma anche le sue conseguenze politiche, morali e strategiche. In particolare, le forze armate temono che Israele possa ritrovarsi intrappolato in un conflitto urbano permanente, con altissimi costi in termini di vite umane e risorse economiche.

Sul fronte politico, l’opposizione ha già preso le distanze dalla linea del governo, bollando come “avventurista” l’ipotesi di una nuova invasione della Striscia. E non meno dura è stata la reazione delle famiglie degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas: “Fermate questa decisione catastrofica”, è stato l’appello lanciato al governo. Per loro, un’escalation militare metterebbe in pericolo la vita dei loro cari, compromettendo definitivamente ogni possibilità di negoziato.

Anche molti riservisti hanno espresso aperto dissenso, evidenziando il rischio che un’occupazione a tempo indefinito trasformi Israele da vittima di un’aggressione terroristica a forza occupante permanente, con inevitabili ripercussioni sul piano internazionale.

La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa. Netanyahu sembra determinato a tracciare una nuova rotta post-Hamas, ma il cammino appare irto di ostacoli, interni ed esterni. E se il premier insiste nel voler evitare l’annessione formale, il rischio di una gestione indefinita e de facto dell’enclave resta alto, con tutte le incognite del caso.

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