29 Giugno 2026, lunedì
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Femminicidio a Foggia: la donna aveva denunciato, ma non è bastato

Uccisa in strada a coltellate una 46enne marocchina, già sotto tutela del "codice rosso". L’ex compagno, connazionale e principale sospettato, è in fuga. Il caso riaccende il dibattito sull’efficacia delle misure di protezione contro la violenza di genere.

Un grido inascoltato. Quando la denuncia non basta: a Foggia, l’ennesimo femminicidio

Nel cuore della notte, in un vicolo del centro storico di Foggia, una donna è stata uccisa a coltellate. Aveva 46 anni, era di origine marocchina e risiedeva da tempo in città. Si chiamava Amina (nome noto alle autorità, qui omesso per rispetto della riservatezza nelle indagini). Viveva sola, lavorava come cuoca in una mensa scolastica, era conosciuta nel quartiere come una donna discreta, riservata, dedita al lavoro. Aveva denunciato l’ex compagno per comportamenti persecutori, ed era formalmente sotto la tutela del “codice rosso”, il protocollo di protezione previsto per le vittime di violenza domestica o di genere. Ma non è bastato.

È stata colpita più volte con un’arma da taglio in vico Cibele, nel quartiere Settecenteschi, a pochi metri dalla sua abitazione. Erano circa le 1:30 del mattino. Secondo una prima ricostruzione, la donna sarebbe uscita di casa per incontrare qualcuno che conosceva. Pochi minuti dopo, le sue grida hanno squarciato il silenzio della notte. Alcuni residenti hanno chiamato la polizia: gli agenti, accorsi sul posto, hanno trovato il corpo riverso a terra, senza vita. L’aggressione è avvenuta in strada, sotto gli occhi di un quartiere che dormiva, ignaro di assistere a un delitto annunciato.

Il principale sospettato è l’ex compagno della donna, connazionale, attualmente ricercato. Gli investigatori confermano che su di lui pendeva un divieto di avvicinamento, già notificato nei mesi precedenti. Un provvedimento che, evidentemente, non ha avuto la forza di impedirgli di tornare. Le indagini sono ancora in corso, ma l’ipotesi di reato su cui si lavora è chiara: femminicidio.

Una protezione formale, non reale

Il caso scuote profondamente l’opinione pubblica e impone una riflessione seria, ormai non più rinviabile, sull’efficacia delle misure di protezione in Italia. Il “codice rosso”, introdotto con la legge 69 del 2019, ha lo scopo di assicurare una risposta immediata delle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza nei confronti di chi denuncia episodi di violenza. In teoria, prevede l’ascolto della vittima entro tre giorni, la possibilità di misure cautelari rapide e un percorso di tutela personalizzato.

Tuttavia, troppo spesso – come accaduto a Foggia – queste misure restano sulla carta. Le segnalazioni si moltiplicano, ma il sistema di protezione mostra fragilità: nella capacità di prevenzione, nella gestione del rischio, nella protezione concreta. La vittima era già nota alle forze dell’ordine, aveva denunciato, eppure nulla ha impedito che l’aggressore tornasse a colpire. È l’ennesima conferma di un problema sistemico, che non riguarda solo l’efficienza delle istituzioni, ma anche la rete di supporto sociale, il coordinamento tra magistratura e servizi, la scarsità di risorse dedicate.

La solitudine delle vittime

Amina – come tante donne in condizioni simili – viveva sola. Non emergevano, dai racconti dei vicini o dalle verifiche iniziali, segnali di disagio estremo o di marginalità. Era una lavoratrice regolare, integrata, senza apparenti fragilità economiche o psicologiche. Ma era sola, nel senso più concreto e tragico del termine. Sola ad affrontare un ex compagno che, secondo quanto riferito nella denuncia, aveva già manifestato comportamenti minacciosi. Sola anche nel momento della morte, colpita brutalmente a pochi metri da casa, in una via silenziosa di un centro storico che diventa, ancora una volta, teatro di una tragedia evitabile.

La risposta delle istituzioni e il dovere della memoria

Il vicolo è stato transennato e dichiarato scena del crimine. Il quartiere si è svegliato con la notizia dell’ennesimo caso di violenza estrema, che lacera non solo una comunità ma la coscienza collettiva. Il sindaco di Foggia e le autorità locali hanno espresso cordoglio, ma la comunità chiede di più: non parole, ma strumenti efficaci; non solo indignazione, ma prevenzione.

Intanto proseguono le ricerche del sospettato. Ma l’arresto, anche se auspicabile, non cancellerà il dato essenziale: Amina aveva chiesto aiuto, e non è stata salvata. Come troppe altre.

Secondo i dati del Viminale, ogni anno in Italia oltre cento donne vengono uccise per mano di partner o ex partner. Spesso, come in questo caso, dopo una o più denunce, dopo l’intervento – tardivo o inefficace – degli strumenti predisposti per tutelarle. Non è solo un problema di giustizia, è una questione civile e culturale. Riguarda la capacità dello Stato di proteggere i più vulnerabili. Ma anche la responsabilità di una società che, talvolta, si limita a osservare, indignarsi e dimenticare.

Foggia non dimenticherà facilmente quella notte. E non dovrebbe farlo nemmeno il resto del Paese. Perché ogni femminicidio è una sconfitta collettiva, che ci riguarda tutti.

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