2 Luglio 2026, giovedì
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Tragedia al largo dello Yemen: si capovolge un’imbarcazione carica di migranti, almeno 68 morti

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, la barca trasportava 154 cittadini etiopi diretti verso la penisola arabica. Si aggrava il bilancio dei morti lungo la rotta marittima tra il Corno d’Africa e lo Yemen, tra le più pericolose e dimenticate del mondo.

Almeno 68 persone hanno perso la vita e 74 risultano disperse a seguito del naufragio di un’imbarcazione al largo delle coste meridionali dello Yemen, nella provincia di Abyan. A bordo vi erano 154 migranti di nazionalità etiope, partiti nel tentativo disperato di attraversare il Golfo di Aden e raggiungere la penisola arabica. Il bilancio della tragedia, comunicato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite, potrebbe ulteriormente aggravarsi nelle prossime ore.

Il capo dell’OIM in Yemen, Abdusattor Esoev, ha confermato alla Associated Press che la barca è affondata poco dopo essere entrata nelle acque territoriali yemenite. La dinamica esatta dell’incidente resta ancora oggetto di accertamenti, ma tutto lascia pensare a un sovraccarico del natante, unito alle pessime condizioni di sicurezza a bordo. Si tratta dell’ennesimo naufragio su una rotta migratoria tra le più letali e invisibili del pianeta.

Una rotta marittima ignorata e mortale

La traversata tra il Corno d’Africa e la costa sud dello Yemen è una delle rotte migratorie più battute dagli africani dell’area del Sahel e del Corno — in particolare etiopi, eritrei e somali — che cercano di raggiungere i Paesi del Golfo, spesso con l’obiettivo di trovare un impiego come lavoratori domestici o manovali in condizioni di lavoro estremamente precarie. Il viaggio, organizzato da reti di trafficanti, avviene su imbarcazioni fatiscenti e sovraffollate, in un contesto marittimo pericoloso e privo di strutture di soccorso.

Secondo le stime dell’OIM, migliaia di migranti ogni anno intraprendono questa rotta nonostante i pericoli noti. Lo Yemen, teatro da quasi un decennio di un conflitto armato devastante, rappresenta solo una tappa di transito. La destinazione finale sono spesso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti o altri Stati del Golfo, dove la manodopera africana viene impiegata ai margini del sistema produttivo, con scarsissime tutele legali e sindacali.

Ma la rotta Yemen-Golfo si intreccia con un’altra dimensione drammatica: quella della tratta degli esseri umani. Molti migranti cadono infatti nelle mani di milizie locali o gruppi armati che li rapiscono, li torturano, ne estorcono riscatti o li vendono come schiavi. Il tratto di mare che separa la Somalia e Gibuti dallo Yemen è una frontiera liquida del diritto, dove si consuma da anni una crisi umanitaria sistematicamente ignorata dalle agende politiche internazionali.

La migrazione etiope: povertà, conflitti e assenza di prospettive

L’alto numero di migranti etiopi coinvolti nel naufragio riflette una tendenza consolidata. L’Etiopia, nonostante una crescita economica significativa nel decennio scorso, vive oggi una fase di profonda instabilità politica e sociale. Il conflitto nel Tigrè, le tensioni etniche interne, la disoccupazione giovanile e l’erosione del potere d’acquisto stanno spingendo migliaia di persone, soprattutto giovani, a cercare alternative all’estero.

La via orientale, verso il Golfo Persico, è percepita da molti come meno costosa e più accessibile rispetto alla traversata sahariana e al Mediterraneo centrale. Ma è anche una delle più crudeli: oltre ai pericoli del mare, i migranti devono affrontare la violenza dei trafficanti, la fame, la sete, e spesso l’internamento in centri di detenzione improvvisati in Yemen o nei Paesi di destinazione.

L’OIM e le ONG che operano nell’area denunciano da anni l’assenza di corridoi umanitari, la mancanza di un sistema internazionale di protezione dei diritti dei migranti lungo questa direttrice, e il sostanziale disinteresse delle potenze occidentali, troppo concentrate sulle rotte migratorie che toccano direttamente l’Europa per guardare oltre il Mediterraneo.

Yemen: crisi dentro la crisi

Il naufragio avviene in un Paese già piegato da anni di guerra civile, carestie ricorrenti, collasso istituzionale e crisi umanitaria. Dal 2015, lo Yemen è teatro di un conflitto devastante tra il governo riconosciuto a livello internazionale, sostenuto da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, e i ribelli Houthi, appoggiati dall’Iran. In questo contesto, lo Stato yemenita ha cessato di esercitare qualsiasi controllo effettivo su molte delle sue coste meridionali, divenute terreno fertile per il traffico di esseri umani.

La provincia di Abyan, dove è avvenuto il naufragio, è una delle zone più instabili del Paese: controllata in parte da milizie locali, in parte da forze filogovernative, è anche teatro di infiltrazioni jihadiste. In assenza di uno Stato funzionale, l’arrivo di migranti viene gestito spesso da gruppi armati che operano per conto dei trafficanti o con essi in alleanza.

L’indifferenza della comunità internazionale

Nonostante l’alto numero di vittime e la sistematicità degli episodi, i naufragi lungo la rotta del Golfo di Aden non suscitano, se non raramente, attenzione mediatica o mobilitazione diplomatica. Le morti avvengono lontano dalle coste europee, e i protagonisti di questi viaggi — per lo più africani subsahariani poveri, senza accesso a canali regolari di migrazione — non godono di alcuna visibilità politica. A differenza dei flussi che attraversano il Mediterraneo o il confine meridionale degli Stati Uniti, quelli che solcano il Mar Arabico si svolgono nel silenzio delle statistiche.

Secondo l’OIM, oltre 1.800 migranti sono morti lungo questa rotta solo negli ultimi dieci anni, un numero probabilmente sottostimato a causa dell’assenza di sistemi di registrazione e soccorso nelle aree interessate. In molti casi, i corpi dei dispersi non vengono mai recuperati. Famiglie rimaste in patria vivono per anni senza notizie, nell’incertezza e nel dolore.

Un dovere etico e politico

Di fronte a tragedie come quella avvenuta al largo dello Yemen, la comunità internazionale è chiamata non solo a esprimere cordoglio, ma a interrogarsi sul proprio ruolo. Il diritto alla mobilità, la protezione dei rifugiati, la lotta contro la tratta di esseri umani e la garanzia di vie sicure e legali per la migrazione non possono restare principi astratti. Servono politiche migratorie globali, coordinate, solidali. Servono risorse per proteggere, non per respingere. E serve soprattutto un cambio di sguardo: vedere in quei 154 migranti non numeri, ma persone. Uomini e donne che hanno affrontato il mare non per scelta, ma perché la terra non offriva più alcun rifugio.

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