13 Gennaio 2026, martedì
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Dazi, mercati e identità: il vino italiano alla prova della strategia nazionale

Convocato oggi a Palazzo Chigi un tavolo interministeriale con tutta la filiera vitivinicola. Il governo cerca una risposta condivisa alla sfida dei dazi e alla necessità di una visione sistemica per il futuro del settore

Oggi a Palazzo Chigi, cuore politico e simbolico delle decisioni nazionali, si riunisce un tavolo di confronto che potrebbe segnare un passaggio cruciale per uno dei settori più rappresentativi dell’identità produttiva italiana: il vino. La convocazione, voluta dal governo e in particolare dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, chiama a raccolta l’intera filiera vitivinicola per una riflessione a tutto campo, che parte dalla crescente pressione internazionale sui dazi ma ambisce a definire un indirizzo strategico complessivo per l’intero comparto.

All’incontro partecipano, oltre al ministero dell’Agricoltura, il ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministero della Salute e la Presidenza del Consiglio. Una configurazione che sottolinea il carattere trasversale della questione: il vino non è solo un bene di consumo, ma un elemento strutturale della cultura, dell’economia e della reputazione internazionale del Paese. Attorno al tavolo sono stati chiamati tutti gli attori rilevanti del settore, dalle rappresentanze sindacali e cooperative alle grandi organizzazioni professionali. Tra queste: Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, Assoenologi, Cia-Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Copagri, Federdoc, Federvini e Unione Italiana Vini. Presenti anche Coldiretti e, per il mondo fieristico, il presidente di Veronafiere Federico Bricolo, in rappresentanza di Vinitaly, il principale palcoscenico promozionale del vino italiano nel mondo.

L’obiettivo dichiarato dal ministro Lollobrigida non è solo quello di fare il punto sull’attuale contesto economico e normativo, segnato dal timore concreto di nuove barriere commerciali e da dinamiche di mercato sempre più complesse, ma anche di promuovere un metodo di lavoro concertato e lungimirante. La questione dei dazi rappresenta infatti solo la punta dell’iceberg di una trasformazione più ampia: dalla crescente competizione globale, ai cambiamenti nei consumi, fino all’uso strategico della comunicazione e della promozione, anche alla luce delle nuove sensibilità legate alla salute, alla sostenibilità e all’immagine dell’agroalimentare europeo.

Il comparto vitivinicolo italiano, con oltre 14 miliardi di euro di fatturato complessivo e una quota significativa di export (superiore ai 7 miliardi), si trova oggi in un punto di svolta. Se da un lato resta saldamente ancorato alla tradizione e a una qualità riconosciuta a livello mondiale, dall’altro deve fare i conti con una crescente frammentazione dei mercati, con politiche protezionistiche emergenti (come dimostrano i recenti attriti tra Unione Europea e Cina), e con una concorrenza internazionale sempre più aggressiva. In questo scenario, l’Italia ha l’urgenza di dotarsi non solo di strumenti di difesa, ma anche di una strategia offensiva coerente, capace di valorizzare la propria unicità senza rinunciare alla modernità.

Il tavolo odierno, quindi, non è solo una sede tecnica di confronto su dazi e regole, ma un tentativo – forse il più ambizioso degli ultimi anni – di restituire al vino italiano un orizzonte politico e industriale. Si parlerà di mercato, certo, ma anche di posizionamento, di accesso ai fondi europei, di internazionalizzazione, di formazione e di coordinamento tra le anime produttive del Paese. In questo contesto, il ruolo delle fiere e degli eventi internazionali – come Vinitaly – verrà discusso non soltanto come occasione promozionale, ma come strumento di diplomazia economica e culturale.

Resta tuttavia da capire se l’iniziativa saprà tradursi in un’agenda operativa, in grado di superare i frequenti steccati tra le diverse anime del comparto. Le divergenze tra grandi e piccoli produttori, tra cooperative e aziende private, tra territori e strategie commerciali non sono nuove, e solo una visione sistemica e condivisa può trasformare le differenze in una risorsa.

Nel frattempo, il vino italiano resta un asset fondamentale per il Paese: in termini economici, ma anche come elemento di soft power e di narrazione identitaria. Preservarne la competitività e rafforzarne la proiezione internazionale è oggi non solo una sfida di settore, ma un compito di interesse nazionale. Palazzo Chigi ne è oggi il teatro. La speranza è che da questo confronto emergano non solo buone intenzioni, ma un piano concreto, sostenuto da risorse adeguate, capacità di visione e coesione istituzionale. Perché il vino, in Italia, non è solo un prodotto: è una forma di civiltà.

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