22 Settembre 2026, martedì
HomeItaliaPoliticaDazi e diplomazia economica, tregua Ue-Usa: sei mesi di sospensione. Il vino...

Dazi e diplomazia economica, tregua Ue-Usa: sei mesi di sospensione. Il vino italiano osservato speciale

Dall’incontro a Palazzo Chigi emergono segnali distensivi sulla partita commerciale con Washington. Ma la filiera vitivinicola chiede soluzioni strutturali, oltre gli annunci. Sul tavolo il nodo dei prezzi e il ruolo di un governo in affanno sulla strategia

La sospensione per sei mesi delle contromisure doganali europee sui prodotti americani – e viceversa – apre uno spiraglio di tregua nella delicata partita commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti, con importanti implicazioni per il made in Italy agroalimentare, e in particolare per il settore vitivinicolo. A comunicarlo ufficialmente è stata la Commissione europea, che ha indicato in martedì prossimo la data di entrata in vigore della sospensione. Un gesto distensivo, frutto di negoziati intensi tra Bruxelles e Washington, volto a creare le condizioni per un’intesa duratura in uno dei dossier più spinosi degli ultimi anni.

La reazione del governo italiano non si è fatta attendere. In occasione di un incontro strategico tenutosi a Palazzo Chigi e dedicato all’intera filiera vitivinicola nazionale, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il “costante impegno dell’esecutivo per la difesa dei prodotti italiani”, riaffermando la centralità del comparto enologico come elemento identitario della cultura mediterranea e volano economico.

“Sono venuta – ha dichiarato la premier – per dimostrare ancora una volta l’attenzione che il governo rivolge al settore dell’agricoltura nel suo complesso e, in particolare, a quello vitivinicolo. Il vino è un pezzo cardine della dieta mediterranea ed è fondamentale fare la distinzione tra uso e abuso”.

Accanto a Meloni, il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha presieduto l’incontro con i principali rappresentanti del mondo produttivo e associativo, in un momento in cui l’intero settore chiede certezze, tutela e visione strategica di lungo periodo.

Eppure, al di là della retorica istituzionale, le criticità restano numerose e stratificate. La gestione tecnica dei dazi – e la loro incidenza reale sul prezzo finale dei prodotti italiani venduti all’estero – è ancora un terreno scivoloso, su cui nemmeno il Ministero ha mostrato, finora, risposte operative all’altezza della complessità.

Come sottolineano diversi operatori della filiera, alcuni dei quali ai vertici del settore enologico nazionale e internazionale, il vero nodo non è tanto nella misura del dazio in sé, quanto nel modo in cui esso viene traslato lungo la catena distributiva, fino a riflettersi sullo scaffale dei mercati esteri. Un tema di logistica commerciale e di contrattualistica che presuppone conoscenze tecniche avanzate, ma che oggi appare sottovalutato dal decisore politico.

In concreto, una bottiglia di Barbera d’Asti DOC, che in Italia ha un prezzo medio al dettaglio di circa 12 euro, arriva nei punti vendita statunitensi con un cartellino compreso tra i 22 e i 25 dollari. Un raddoppio che non dipende soltanto da imposizioni fiscali o daziarie, ma da una filiera di intermediazioni complesse, che vede il prodotto passare da produttore a esportatore, da importatore a distributore, fino al dettagliante finale. Almeno quattro passaggi in cui ogni anello applica un ricarico, spesso in modo poco trasparente.

Per questo, sostengono diversi imprenditori del comparto, l’obiettivo politico realistico non dovrebbe limitarsi alla rimozione temporanea dei dazi – peraltro frutto di equilibri diplomatici tra Bruxelles e Washington, più che di iniziative nazionali – ma dovrebbe orientarsi verso una riforma strutturale della logistica e della contrattualistica di esportazione, capace di contenere i prezzi finali senza comprimere i margini di chi produce qualità.

In questo contesto, l’assenza di una visione industriale organica da parte del governo rischia di depotenziare anche gli sforzi diplomatici messi in campo. La retorica della sovranità alimentare, infatti, si confronta ogni giorno con la realtà dei numeri: esportazioni in calo, pressioni inflattive sui costi di produzione, concorrenza crescente di nuovi player internazionali, dal Sudamerica all’Est Europa, e una percezione esterna del vino italiano spesso cristallizzata in cliché, più che valorizzata nella sua complessità culturale e qualitativa.

A ciò si aggiunge il fatto che il ministro Lollobrigida, più volte criticato per una gestione giudicata insufficiente dai protagonisti del settore, non ha finora dato prova di una reale padronanza dei dossier tecnici, né di una volontà operativa di costruire una regia nazionale sulle esportazioni agroalimentari. Un limite che diventa ancor più evidente nel momento in cui la filiera chiede coordinamento, chiarezza normativa, strumenti di supporto all’internazionalizzazione e un’interlocuzione costante con i mercati strategici.

La tregua sui dazi, dunque, è senza dubbio una notizia positiva per l’intero comparto, ma non può essere scambiata per una vittoria di politica nazionale. Al contrario, rappresenta un’occasione da non sprecare per avviare finalmente un confronto serio e costruttivo tra governo, imprese e rappresentanze di settore. Perché la competitività del vino italiano nel mondo non si difende con slogan o passerelle istituzionali, ma con strategie intelligenti, competenza tecnica e visione industriale a lungo termine.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti