La morte di Michele Noschese, in arte Dj Godzi, avvenuta lo scorso 19 luglio a Ibiza, rischia di diventare un caso diplomatico e giudiziario tra Italia e Spagna. Trentaquattro anni, originario di Napoli, conosciuto nel mondo della musica elettronica per le sue performance nei club del Mediterraneo, Noschese è deceduto in circostanze ancora da chiarire dopo un intervento della polizia spagnola nella sua abitazione a Santa Eulària des Riu, una località turistica dell’isola.
A distanza di pochi giorni dal rientro della salma in Italia, la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per omicidio preterintenzionale e ha disposto il sequestro del corpo per accertamenti autoptici. L’iniziativa del magistrato titolare del fascicolo, Francesco Basentini, si fonda su un primo riscontro medico legale richiesto dalla famiglia Noschese, che evidenzierebbe lesioni incompatibili con una semplice immobilizzazione: fratture a entrambe le clavicole e a sette costole. Una situazione che ha fatto emergere il sospetto di un uso sproporzionato della forza da parte degli agenti spagnoli intervenuti sul posto.
Due versioni opposte: quella ufficiale e quella della famiglia
Secondo la versione fornita dalla Guardia Civil, la polizia sarebbe intervenuta in seguito a una chiamata dei vicini, preoccupati per forti rumori e presunti atteggiamenti aggressivi del giovane dj, apparentemente in stato di alterazione psichica. Noschese, stando al rapporto spagnolo, avrebbe minacciato un anziano con un coltello e per questo sarebbe stato immobilizzato dagli agenti. Pochi minuti dopo avrebbe iniziato a convulsionare, per poi perdere conoscenza. Il decesso è stato dichiarato poco dopo l’arrivo dei soccorsi, che hanno tentato manovre di rianimazione sul posto.
Una narrazione che la famiglia Noschese respinge categoricamente. Il padre della vittima, Giuseppe Noschese, medico in pensione e per anni primario all’ospedale Cardarelli di Napoli, ha sporto denuncia in entrambe le giurisdizioni – italiana e spagnola – parlando apertamente di “omicidio volontario”. Secondo la sua ricostruzione, Michele sarebbe stato brutalmente picchiato, legato mani e piedi, colpito al volto e alla schiena, e lasciato privo di cure in condizioni critiche. Alcuni testimoni oculari avrebbero riferito alla famiglia di un presunto pestaggio da parte degli agenti intervenuti nell’abitazione.
Le discrepanze non si fermano alla dinamica dei fatti. Anche la prima autopsia condotta in Spagna è considerata dai familiari insufficiente e priva delle necessarie garanzie di trasparenza. A detta degli avvocati che assistono la famiglia Noschese, non sarebbe stata effettuata alla presenza di un perito indipendente e non fornirebbe risposte esaustive sulle cause esatte del decesso.
Il sequestro della salma e l’inchiesta italiana
La Procura di Roma – competente per i reati commessi all’estero ai danni di cittadini italiani – ha agito tempestivamente una volta che la salma è giunta in Italia il 1° agosto. Il sequestro disposto dal pm Basentini rappresenta il primo passo per verificare la fondatezza delle accuse mosse dai familiari e l’eventuale responsabilità di singoli agenti o dell’intero operato della polizia spagnola.
La Squadra Mobile di Napoli, su delega della magistratura romana, ha già ascoltato Giuseppe Noschese, che ha ribadito con fermezza la richiesta di giustizia: “Non vogliamo vendetta – ha dichiarato – ma la verità su ciò che è accaduto a mio figlio”. Al momento, la famiglia non ha richiesto una seconda autopsia formale, in attesa dell’analisi di un proprio consulente tecnico.
Parallelamente, gli inquirenti italiani stanno esaminando la documentazione trasmessa dalle autorità iberiche, compresi i referti clinici e i verbali delle forze dell’ordine. Un passaggio fondamentale sarà verificare se le lesioni riscontrate sul corpo del dj siano compatibili con un uso eccessivo della forza, e se vi sia stato o meno un nesso causale diretto tra l’intervento della polizia e la morte del giovane.
Il reato ipotizzato: omicidio preterintenzionale
L’inchiesta italiana ipotizza, al momento, il reato di omicidio preterintenzionale, previsto dall’articolo 584 del codice penale. Una fattispecie che si configura quando da un’azione violenta – intenzionalmente diretta a provocare lesioni – scaturisce, come conseguenza non voluta, la morte della vittima. Diversamente dall’omicidio volontario, che richiede la volontà di uccidere, e dall’omicidio colposo, dove manca l’intenzione anche solo di ferire, il preterintenzionale si colloca in una zona intermedia: il soggetto ha agito per colpire, ma ha causato un evento letale imprevisto.
Se dovesse essere confermata questa qualificazione giuridica, l’accusa si collocherebbe comunque tra i delitti più gravi, con pene che possono arrivare fino a 18 anni di reclusione. Tuttavia, la configurazione definitiva del reato dipenderà dagli esiti dell’autopsia italiana e dalle testimonianze raccolte.
Un caso che potrebbe scuotere gli equilibri tra due sistemi giudiziari
L’episodio ha già acceso un riflettore internazionale sui metodi d’intervento delle forze di polizia nei contesti turistici, e pone una questione delicata di cooperazione tra sistemi giudiziari diversi. Da un lato, le autorità spagnole rivendicano la correttezza delle procedure seguite; dall’altro, la magistratura italiana intende fare luce su una morte che, a detta dei familiari, presenta troppe ombre.
Nel frattempo, la comunità artistica e musicale italiana ha espresso cordoglio e solidarietà. La figura di Dj Godzi – conosciuto per la sua energia e per la capacità di coniugare musica e impegno sociale – lascia un vuoto in un ambiente che, pur abituato agli eccessi, non si rassegna all’idea che una notte a Ibiza possa finire in tragedia.
L’ultima parola, ora, spetta alla giustizia. Ma anche alla diplomazia, che sarà chiamata a garantire che l’accertamento dei fatti avvenga senza ombre e senza silenzi.
