3 Ottobre 2026, sabato
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Omicidio Verzeni, condannato Moussa Sangare per maltrattamenti a madre e sorella

Il trentenne, detenuto per l’omicidio della barista Sharon Verzeni, è stato riconosciuto colpevole di violenze domestiche risalenti al 2019. Tre anni e otto mesi la pena inflitta dal Tribunale di Bergamo.

Bergamo – Moussa Sangare, già in carcere con l’accusa di aver ucciso Sharon Verzeni, è stato condannato a tre anni e otto mesi per maltrattamenti in famiglia. La sentenza è stata pronunciata dal Tribunale di Bergamo e riguarda episodi di violenza domestica commessi nel 2019 a Suisio, piccolo comune nella provincia orobica dove Sangare risiedeva all’epoca dei fatti. Le vittime, in quel caso, erano la madre e la sorella dell’uomo.

Una storia di violenze che si allunga nel tempo e che mostra un profilo inquietante: quello di un uomo il cui comportamento violento, documentato da testimonianze e denunce, avrebbe avuto un’escalation culminata nell’omicidio della giovane barista di Terno d’Isola, avvenuto il 30 luglio del 2024.

La condanna per i maltrattamenti familiari
Il processo per i maltrattamenti si è chiuso con la condanna a tre anni e otto mesi di reclusione, al termine di un dibattimento che ha confermato le accuse formulate dalla procura. Secondo l’impianto accusatorio, Sangare avrebbe sottoposto la madre e la sorella a ripetuti atti di aggressione fisica e psicologica. L’epicentro delle violenze era l’abitazione familiare di Suisio, dove le due donne avevano vissuto per anni in un clima di paura e sopraffazione.

I giudici hanno ritenuto attendibili le ricostruzioni fornite dalle vittime, corroborate da elementi oggettivi e riscontri investigativi. Entro 60 giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza, che permetteranno di comprendere nel dettaglio le valutazioni che hanno portato alla condanna.

Il delitto Verzeni: un processo ancora in corso
Parallelamente, Moussa Sangare è imputato in un altro procedimento, ben più grave: l’omicidio di Sharon Verzeni, 33 anni, barista residente a Terno d’Isola. La donna è stata uccisa la sera del 30 luglio 2024, mentre camminava lungo una strada del paese. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Sangare l’avrebbe raggiunta e colpita con una serie di fendenti, lasciandola agonizzante a terra.

L’omicidio aveva scosso profondamente la comunità bergamasca, non solo per la brutalità dell’aggressione, ma anche per le modalità apparentemente improvvise e inspiegabili. Le indagini avevano però svelato un quadro diverso: Sharon e Moussa si conoscevano, e tra loro vi sarebbe stato un rapporto problematico, di cui resta ancora da chiarire l’esatta natura.

Il processo per il femminicidio è ancora in corso. L’accusa ha ricostruito la dinamica dell’omicidio attraverso filmati di videosorveglianza, testimonianze e rilievi forensi. Il movente resta uno dei nodi centrali dell’inchiesta, insieme alla valutazione della capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento dei fatti.

Un profilo già segnato dalla violenza
La condanna per i maltrattamenti aggiunge un ulteriore tassello alla figura di Moussa Sangare, già delineata come incline alla sopraffazione e all’aggressività nei rapporti familiari e interpersonali. I precedenti episodi di violenza in ambito domestico, ora accertati giudizialmente, sembrano confermare un pattern comportamentale preoccupante, che potrebbe avere un peso anche nel giudizio finale sull’omicidio di Sharon Verzeni.

L’attenzione della magistratura resta alta, e i due procedimenti — pur autonomi — appaiono strettamente collegati da un filo conduttore che si chiama violenza. Quella stessa violenza che, troppo spesso, si manifesta inizialmente tra le mura di casa, per poi esplodere in tragedie annunciate.

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