Una nuova, violenta ondata di bombardamenti ha colpito Damasco, capitale della Siria. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale siriana Sana, le forze aeree israeliane hanno lanciato un attacco mirato su obiettivi sensibili, tra cui un palazzo presidenziale situato nella zona della capitale. Si tratta di un’escalation senza precedenti negli ultimi mesi, che segna un ulteriore passo in avanti nel confronto sempre più aperto tra Israele e il regime siriano di Bashar al-Assad.
A confermare la portata e la determinazione dell’offensiva è stato lo stesso ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che in un post diffuso sui social ha dichiarato: “Sono cominciati gli attacchi più duri contro il regime di Assad”, accompagnando le parole con un video destinato a fare il giro del mondo. Nelle immagini, una giornalista della televisione siriana viene colta di sorpresa durante una diretta, mentre dietro di lei si sentono le esplosioni del raid.
La mossa militare israeliana, stando a fonti della difesa di Tel Aviv, sarebbe parte di una campagna intensificata di attacchi preventivi e punitivi contro obiettivi legati alla presenza iraniana e alle milizie filoiraniane sul suolo siriano. Da tempo, infatti, lo Stato ebraico accusa il regime di Damasco di essere un tassello cruciale nel corridoio strategico che consente all’Iran di rifornire i propri alleati nella regione – in particolare Hezbollah in Libano – attraverso il territorio siriano.
Non è ancora chiaro se l’edificio presidenziale colpito ospitasse uffici governativi o strutture militari, né sono state fornite al momento informazioni ufficiali su eventuali vittime o danni strutturali. La Siria, dal canto suo, ha confermato l’attacco e, come di consueto, ha denunciato la violazione della propria sovranità nazionale, parlando di un “atto di aggressione” che mette a rischio la stabilità della regione.
Il raid si inserisce in un quadro regionale già segnato da forti tensioni. Dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, nell’ottobre 2023, la Siria è tornata a essere terreno di scontro indiretto tra Tel Aviv e Teheran, con episodi di bombardamenti sempre più frequenti contro obiettivi iraniani e siriani sul territorio.
Il ministro Katz ha assunto una linea estremamente dura, intensificando la pressione sul regime siriano per dissuaderlo dal continuare a sostenere le attività delle milizie alleate dell’Iran. “Assad – ha dichiarato di recente – pagherà il prezzo di ogni attacco lanciato dal territorio siriano contro Israele”.
Gli analisti vedono nell’attacco di oggi un chiaro segnale di deterrenza, ma anche un’escalation che rischia di allargare ulteriormente il conflitto oltre i confini di Gaza e del Libano meridionale, già teatro di scontri quotidiani tra l’esercito israeliano e le forze di Hezbollah.
In questo contesto, le diplomazie internazionali osservano con crescente preoccupazione il deteriorarsi della situazione. L’ONU ha più volte richiamato le parti a evitare un allargamento del conflitto, ma l’interazione tra i diversi fronti – dalla Striscia di Gaza alla Siria, fino allo Yemen – suggerisce che l’area mediorientale sta vivendo una fase di altissima instabilità, in cui ogni nuovo attacco rischia di innescare una catena di reazioni a catena.
Israele, per parte sua, non sembra intenzionato ad abbassare la pressione, ritenendo prioritario neutralizzare ogni minaccia proveniente dal cosiddetto “Asse della Resistenza”, la rete di milizie sciite sostenute dall’Iran. L’attacco a Damasco potrebbe dunque non restare un episodio isolato, ma preludere a una campagna ancora più ampia contro obiettivi strategici siriani e iraniani nella regione.
Nel frattempo, da Damasco non giunge alcuna reazione ufficiale da parte del presidente Bashar al-Assad, mentre sui media locali viene enfatizzata la narrazione della “resistenza” contro quella che viene definita come “l’aggressione israeliana”. Ma il silenzio potrebbe indicare ben più di una strategia comunicativa: potrebbe essere il segnale di una fase di incertezza, in cui il regime valuta se e come rispondere a un attacco che ha toccato direttamente i suoi vertici istituzionali.
Con questo nuovo raid, Israele alza ulteriormente il livello dello scontro. Il rischio, ora, è che la spirale di ritorsioni e attacchi possa sfuggire al controllo delle diplomazie e portare l’intera regione verso un confronto diretto tra potenze, in un quadro già segnato da guerre civili, conflitti aperti e tensioni strategiche mai sopite.
