6 Ottobre 2026, martedì
HomeItaliaCronacaOmicidio Martina Scialdone, pena ridotta a 24 anni all’ex compagno: “Questa non...

Omicidio Martina Scialdone, pena ridotta a 24 anni all’ex compagno: “Questa non è giustizia”

La Corte d’assise d’appello di Roma esclude la premeditazione per Costantino Bonaiuti. In primo grado era stato condannato all’ergastolo. La madre della vittima: “Delusa, mi aspettavo la conferma. In altri casi il carcere a vita è stato confermato”.

ROMA – Ventiquattro anni e otto mesi di reclusione. È la nuova condanna, decisa dalla Corte d’assise d’appello di Roma, per Costantino Bonaiuti, l’uomo riconosciuto colpevole dell’omicidio dell’ex compagna, l’avvocata Martina Scialdone, uccisa con un colpo di pistola nel tardo pomeriggio del 13 gennaio 2023 davanti a un ristorante nel quartiere Appio Latino della Capitale. In primo grado la sentenza era stata molto più dura: ergastolo. Ma i giudici di secondo grado hanno escluso l’aggravante della premeditazione, aprendo la strada a un forte sconto di pena.

Una decisione che ha suscitato amarezza profonda e dolore nella famiglia della vittima. “Non gli hanno dato la premeditazione. Avrei voluto gioire, anche se in questi casi non si gioisce mai, come l’altra volta. Sono veramente delusa, non me lo aspettavo, mi aspettavo la conferma della condanna. Giustizia non è stata fatta”, ha dichiarato Viviana, la madre di Martina, visibilmente scossa dopo la lettura del dispositivo. “In altri femminicidi sono state avvalorate le condanne all’ergastolo”, ha aggiunto, ricordando come in casi analoghi i giudici abbiano riconosciuto la piena gravità delle azioni dei responsabili.

Il delitto
Martina Scialdone, 34 anni, legale specializzata in diritto di famiglia e molto attiva nel campo della tutela delle donne, fu freddata da Bonaiuti – ingegnere, ex compagno della vittima – con un solo colpo di pistola. Quel giorno i due avevano pranzato nello stesso ristorante e, secondo quanto ricostruito durante le indagini, avevano avuto una discussione animata, prima all’interno del locale e poi fuori, dove si è consumato il dramma.

Al culmine del litigio, avvenuto in strada, Bonaiuti ha estratto l’arma – legalmente detenuta per uso sportivo – e ha sparato. Martina è caduta a terra, colpita mortalmente. L’uomo si è allontanato per poi essere arrestato poco dopo. L’arma era stata custodita regolarmente, ma ciò non ha impedito che venisse utilizzata in un contesto drammaticamente lontano dalla finalità sportiva.

Le motivazioni della sentenza d’appello
La Corte ha ritenuto che non vi fossero elementi sufficienti a dimostrare la premeditazione, l’aggravante che in primo grado aveva inciso in modo decisivo sulla condanna al carcere a vita. La decisione ha quindi determinato una nuova quantificazione della pena, che scende sotto la soglia del trentennio, a 24 anni e 8 mesi.

Il dispositivo della sentenza non è stato ancora motivato, ma la scelta dei giudici d’appello sembra poggiarsi sull’idea che il gesto omicida sia maturato nell’immediatezza del litigio, e non come frutto di un piano studiato e pianificato.

Un caso simbolo del femminicidio in Italia
L’uccisione di Martina Scialdone aveva profondamente scosso l’opinione pubblica. Non solo per la brutalità del gesto e per il contesto urbano in cui è avvenuto – una strada trafficata, in pieno pomeriggio – ma anche perché la giovane avvocata era impegnata in prima persona nella difesa delle donne vittime di violenza. Una figura simbolica, quindi, strappata alla vita da una dinamica tragicamente coerente con i drammi che aveva scelto di combattere con la propria professione.

Il processo a Bonaiuti era stato seguito con grande attenzione. L’ergastolo comminato in primo grado era stato letto come un segnale di rigore della giustizia nei confronti dei femminicidi. Ora, la revisione della pena in appello solleva inevitabili interrogativi sulla tenuta del sistema giudiziario di fronte a crimini che, nella loro efferatezza e ripetitività, continuano a rappresentare una ferita aperta nel tessuto sociale del Paese.

Le reazioni
Accanto alla madre di Martina, che ha ribadito la propria delusione per quella che considera una sentenza “non all’altezza della gravità del fatto”, anche molte associazioni femminili hanno espresso preoccupazione per il segnale che potrebbe derivarne. “Escludere la premeditazione in un caso come questo rischia di indebolire la percezione della gravità del femminicidio”, è stato il commento di alcune rappresentanti dei centri antiviolenza presenti in aula.

L’attenzione ora si sposta sulle motivazioni della sentenza, che saranno depositate nei prossimi mesi. Intanto, la procura generale potrebbe valutare un ricorso in Cassazione, ultimo grado per impugnare il verdetto e tentare di ripristinare la condanna al carcere a vita.

Ma al di là dei ricorsi e delle carte processuali, resta la voce spezzata di una madre. “Martina – ha detto Viviana – era una donna forte, intelligente, con una vita davanti. E invece è stata uccisa da chi non accettava la fine di una relazione. Come troppe, troppe altre”.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti