Washington – La Corte Suprema degli Stati Uniti ha autorizzato l’amministrazione Trump a proseguire con il piano di drastico ridimensionamento del Dipartimento dell’Istruzione. Con una decisione che sospende temporaneamente il veto imposto da una corte federale, il massimo organo giudiziario del Paese ha spalancato la strada all’esecutivo per attuare una delle sue più discusse riforme interne.
L’ufficio legale della Casa Bianca ha accolto con favore la decisione, che consente al governo di avviare i licenziamenti previsti, nonostante le forti preoccupazioni manifestate da esperti e associazioni del settore. Il tribunale inferiore aveva stabilito che la riduzione del personale avrebbe impedito al dipartimento di continuare a svolgere le sue funzioni essenziali, ma la Corte Suprema ha ora sospeso quel giudizio, dando mano libera al presidente.
L’offensiva contro l’apparato federale
Il piano di riforma del Dipartimento dell’Istruzione rientra nella più ampia visione trumpiana di smantellamento dell’apparato burocratico federale, a favore di un ritorno delle competenze agli Stati. Il presidente ha più volte definito il Dipartimento dell’Istruzione come “inefficiente, politicizzato e invasivo” e ha promesso che avrebbe “restituito il controllo dell’istruzione ai genitori, agli insegnanti e alle comunità locali”.
Il progetto in corso prevede tagli profondi al personale, la riorganizzazione degli uffici centrali e la riduzione delle attività di supervisione sulle scuole statali. Critici e oppositori temono che l’impatto sarà devastante: meno risorse per le scuole pubbliche, nessun coordinamento nazionale su temi cruciali come l’inclusione, l’equità educativa e la protezione degli studenti vulnerabili.
Tassi troppo alti, inflazione inesistente: la linea economica del presidente
Parlando durante un incontro dell’Ufficio della Fede alla Casa Bianca, Trump ha attaccato la Federal Reserve, colpevole – a suo dire – di mantenere tassi d’interesse “assurdamente alti”, nonostante l’inflazione sia, secondo lui, “praticamente inesistente”.
“Dovremmo avere un tasso all’1%”, ha dichiarato il presidente. “Ogni punto percentuale in più ci costa 360 miliardi di dollari all’anno”. L’affondo rientra nella pressione crescente che la Casa Bianca esercita da mesi sulla banca centrale, per spingerla ad allentare la politica monetaria in vista di una ripresa più robusta e di una stagione di investimenti pubblici senza ostacoli.
Nonostante i dati ufficiali mostrino un rallentamento dell’inflazione rispetto ai picchi del biennio precedente, la Fed continua a esprimere prudenza, preoccupata per le ricadute che un taglio troppo anticipato dei tassi potrebbe avere sulla stabilità dei prezzi.
Dazi verso l’Europa: apertura tattica, dopo la minaccia
In un’altra dichiarazione destinata a far discutere, Trump ha detto di essere “sempre disponibile a parlare, anche con l’Europa”. Le sue parole arrivano a ridosso delle tensioni commerciali innescate dalla minaccia di imporre dazi fino al 30% su alcune categorie di beni europei.
“Stanno arrivando, vogliono parlare”, ha affermato il presidente rispondendo ai giornalisti. Dietro l’apparente disponibilità al dialogo, resta comunque chiaro il messaggio strategico: Washington si dice pronta al negoziato, ma solo dopo aver mostrato i muscoli.
Le relazioni transatlantiche restano tese, con Bruxelles che valuta contromisure e chiede un tavolo multilaterale per evitare un’escalation che rischia di compromettere il fragile equilibrio economico post-pandemia.
Una presidenza a colpi di rottura
Questi ultimi sviluppi confermano l’impronta fortemente identitaria e accentratrice della nuova amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca con un’agenda politica che punta allo scontro frontale con le élite burocratiche e giudiziarie, un’aggressiva rinegoziazione delle regole internazionali e un controllo diretto dell’economia nazionale.
La decisione della Corte Suprema rappresenta una vittoria politica per il presidente, ma apre anche a scenari incerti sul piano istituzionale: sebbene temporanea, la sospensione del blocco ai licenziamenti nel Dipartimento dell’Istruzione potrebbe diventare l’apripista per ulteriori smantellamenti di agenzie federali considerate “non allineate” con l’ideologia dell’amministrazione.
Nel frattempo, la Casa Bianca continua a rilanciare il suo messaggio: meno Stato, più America. Un messaggio che galvanizza la base elettorale, ma che preoccupa non solo l’opposizione democratica, bensì anche ampie fasce del mondo accademico, economico e diplomatico, consapevoli che dietro ogni taglio c’è una visione di Paese che riscrive radicalmente il ruolo del governo nella società americana.
