I negoziati in corso a Doha per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza sembrano avvicinarsi a un punto di rottura. Secondo fonti vicine ad Hamas, il principale ostacolo resterebbe il rifiuto da parte di Israele di procedere al completo ritiro delle truppe dall’enclave palestinese, condizione considerata irrinunciabile dal movimento islamista.
Nel frattempo, sul terreno si continua a combattere. Nelle ultime ore nuovi raid israeliani hanno colpito diversi obiettivi a Gaza, provocando almeno 24 vittime, tra cui donne e bambini. Il bilancio umanitario, già drammatico, continua a peggiorare, anche se si segnala un parziale allentamento della pressione grazie all’ingresso – per la prima volta da oltre quattro mesi – di autobotti di carburante nella Striscia. L’operazione è stata condotta dalle Nazioni Unite, che parlano di un intervento urgente per evitare il collasso totale dei servizi essenziali.
Sul fronte politico-militare, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che vi sono “buone probabilità” di raggiungere una tregua e di conseguire gli obiettivi strategici dell’operazione a Gaza. Tuttavia, ha ribadito che Israele non accetterà “un accordo a qualsiasi costo” e ha lanciato un chiaro avvertimento: se nei prossimi due mesi i negoziati non produrranno risultati concreti, lo Stato ebraico è pronto a ricorrere nuovamente alla forza.
La tensione si estende anche oltre i confini di Gaza. Le sirene dell’antiaerea sono risuonate a Tel Aviv e nei dintorni di Gerusalemme per la prima volta dalla fine della guerra dei 12 giorni del 2021. Il motivo: il lancio di missili dallo Yemen, a testimonianza di un’escalation regionale che coinvolge sempre più fronti.
Mentre la diplomazia internazionale prova a scongiurare una nuova spirale di violenza, le possibilità di un’intesa sembrano appese a un filo. E il tempo, avverte Netanyahu, potrebbe scadere molto presto.
