5 Ottobre 2026, lunedì
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Colpo alla “nuova” Cosa Nostra agrigentina: 13 fermi per mafia e droga

Operazione dei Carabinieri tra Agrigento e Caltanissetta: sgominata un’organizzazione criminale legata alle cosche di Porto Empedocle e Villaseta. Tra gli indagati, anche detenuti che impartivano ordini dal carcere. Sequestrato un kalashnikov usato per atti intimidatori.

L’ombra della mafia torna a farsi sentire con forza ad Agrigento. All’alba di oggi, giovedì 10 luglio 2025, i Carabinieri del Comando Provinciale hanno dato esecuzione a un vasto provvedimento di fermo nei confronti di 13 persone – cinque delle quali già detenute – accusate di appartenere a un’associazione criminale dedita al traffico di stupefacenti e ritenuta organica a Cosa Nostra.

L’operazione, scattata tra Agrigento, Favara, Canicattì, Porto Empedocle e San Cataldo (CL), è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Palermo e ha coinvolto, oltre ai militari dell’Arma, anche le unità cinofile di Palermo e Nicolosi e il Nucleo Eliportato Cacciatori di Sicilia. Parallelamente, sono state eseguite numerose perquisizioni personali e domiciliari a carico di altri indagati.

L’indagine rappresenta l’estensione naturale dell’operazione condotta lo scorso 14 gennaio, quando 48 soggetti finirono nel mirino della magistratura per la ricostruzione dell’organigramma mafioso delle famiglie di Porto Empedocle e Agrigento-Villaseta. A capo di questi gruppi criminali, secondo gli inquirenti, ci sarebbero i pregiudicati Fabrizio Messina (49 anni) e Pietro Capraro (39), quest’ultimo indicato come figura apicale della famiglia di Villaseta.

L’organizzazione: cocaina, kalashnikov e ordini dal carcere

Le indagini, avviate nel dicembre 2024 dal Nucleo Investigativo di Agrigento, hanno fatto emergere un quadro inquietante: Cosa Nostra agrigentina, nonostante anni di repressione giudiziaria, continua a essere operativa, ben strutturata, fortemente armata e capace di generare profitti milionari dal traffico di cocaina e hashish.

Un ruolo centrale è stato attribuito a James Burgio, detenuto nel carcere di Augusta al momento della perquisizione che ha portato al sequestro del suo smartphone il 17 dicembre 2024. L’analisi forense del dispositivo ha consentito di mappare contatti, strategie e comandi che Burgio continuava a impartire dall’interno dell’istituto penitenziario, sfruttando comunicazioni illecite con l’esterno.

L’indagine ha documentato come Burgio, grazie a queste capacità, sia riuscito ad affermarsi come interlocutore alla pari con i vertici di Cosa Nostra agrigentina, tra cui Pietro Capraro e Gaetano Licata. Quest’ultimo, braccio destro di Capraro, risulta anch’egli promotore di un sodalizio dedito al traffico di droga in contatto con ambienti mafiosi palermitani.

Tra i riscontri più eclatanti vi è l’arresto in flagranza, il 27 maggio scorso, di Cristian Terrana, trovato in possesso di oltre mezzo chilo di cocaina e quasi 6.000 euro in contanti, nascosti tra un borsello e la propria abitazione.

Estorsioni, intimidazioni e armi da guerra

La forza del sodalizio si è manifestata anche nella gestione capillare del territorio e nel ricorso sistematico alla violenza. Sono numerosi gli episodi estorsivi e intimidatori attribuiti agli indagati tra settembre e dicembre 2024: colpi d’arma da fuoco contro abitazioni e attività commerciali, incendi di veicoli, aggressioni legate a debiti di droga o al controllo delle piazze di spaccio.

In particolare, in almeno due casi – uno a dicembre 2024 ai danni di una rivendita di frutta e verdura ad Agrigento e l’altro, più recente, contro un panificio a Porto Empedocle – è stato impiegato un fucile mitragliatore AK-47, il celebre kalashnikov, utilizzato per sferrare veri e propri assalti a colpi di raffica.

Secondo gli investigatori, l’organizzazione poteva contare su un arsenale significativo, costituito anche da armi da guerra, utili a mantenere il controllo del territorio e ad alimentare un clima di terrore tra i cittadini e gli imprenditori.

Il principio della presunzione d’innocenza

Al termine delle operazioni, i fermati sono stati trasferiti nelle carceri di Agrigento, Palermo, Sciacca e Caltanissetta. È bene ricordare che, in base al principio di presunzione di innocenza, le accuse mosse nei confronti degli indagati dovranno essere accertate nel corso del processo.

L’inchiesta, che ha messo a nudo la persistente vitalità delle cosche agrigentine e i loro legami con i detenuti, evidenzia ancora una volta come la criminalità organizzata siciliana sia tutt’altro che sconfitta. Ulteriori aggiornamenti sono attesi nelle prossime ore.

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