3 Ottobre 2026, sabato
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Occupazione record, ma a che prezzo?

Secondo l’Istat, a maggio 2025 l’Italia tocca il massimo storico degli occupati. Ma dietro i numeri, la realtà del lavoro resta fragile: contratti brevi e instabilità mascherano la crescita.

A maggio 2025 l’Italia ha toccato un nuovo record occupazionale: 24,3 milioni di lavoratori attivi, mai così tanti da quando l’Istat ha avviato le serie storiche nel 2004. Rispetto ad aprile, si contano 80mila occupati in più. Su base annua, il salto è ancora più significativo: +408mila unità rispetto a maggio 2024. Il tasso di occupazione sale al 62,9%, con un calo degli inattivi (ora al 32,6%) e un tasso di disoccupazione che risale leggermente al 6,5%.

Numeri che, a prima vista, sembrano delineare un quadro incoraggiante. Ma la fotografia scattata dall’Istat merita una lettura più attenta. L’aumento degli occupati, infatti, non sempre coincide con un miglioramento della qualità del lavoro.

Dietro questa crescita si cela una dinamica già nota ma poco affrontata: l’instabilità contrattuale. Molti degli 80mila nuovi occupati registrati su base mensile non rappresentano nuovi ingressi stabili nel mercato del lavoro, ma piuttosto il risultato di una frammentazione crescente dei contratti. In altre parole, contratti a tempo determinato, spesso di poche settimane o mesi, che si rinnovano a singhiozzo e che, ogni volta, vengono conteggiati come nuove assunzioni.

È questo uno dei limiti della rilevazione statistica: il conteggio degli occupati include chi ha un contratto, anche se precario e di brevissima durata, lasciando nell’ombra la reale solidità dell’occupazione. Il dato assoluto, quindi, non distingue tra chi ha un posto stabile e chi, invece, vive nella precarietà cronica, passando da un contratto all’altro senza alcuna prospettiva a lungo termine.

Anche il lieve aumento dei disoccupati — +113mila rispetto ad aprile, per un totale di 1 milione e 691mila persone in cerca di lavoro — non è in contraddizione con l’incremento occupazionale. È anzi indice di un mercato del lavoro in movimento: crescono sia coloro che trovano un impiego, sia quelli che riprendono a cercarlo, usciti dalla condizione di inattività.

Nel confronto con il periodo pre-pandemico, la distanza è netta: l’Italia ha oggi quasi 1,3 milioni di occupati in più rispetto a gennaio 2020. Tuttavia, il confronto qualitativo resta aperto: che tipo di lavoro è cresciuto? È sufficiente a garantire reddito, diritti e continuità?

La sfida vera, dunque, non è soltanto occupare, ma farlo in modo dignitoso. Il record numerico è un segnale positivo, ma non può far dimenticare che un’economia solida si costruisce anche — e soprattutto — sulla qualità del lavoro. Un obiettivo che, per il momento, resta ancora lontano.

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