A cura di Daniele Cappa
Da Budapest con rancore. Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha reagito con un’invettiva al vetriolo alla parata del Gay Pride che si è svolta nella capitale ungherese, malgrado il divieto imposto dal suo governo. “Ripugnante e vergognoso”, ha sentenziato Orban, che non ha esitato ad attribuire l’organizzazione della marcia nientemeno che a un complotto orchestrato dall’Unione europea in combutta con l’opposizione interna.
Sì, perché secondo il premier – sempre più affezionato al ruolo di bastian contrario dell’Europa – la sfilata dell’orgoglio LGBTQ+ non sarebbe stata altro che una provocazione politica camuffata da evento per i diritti civili. “L’UE ha incaricato i politici dell’opposizione di organizzare tutto. Una messinscena contro il nostro governo”, ha dichiarato Orban, riuscendo a passare in un solo discorso dall’omofobia alla dietrologia più surreale.
Nel mirino anche “gli uomini con i tacchi alti, gli spettacoli di drag queen e le brochure sulla terapia ormonale”, elementi che, secondo Orban, minaccerebbero l’integrità morale della nazione. Un’ossessione quasi estetica, più che politica, che conferma una certa inquietudine ideologica verso tutto ciò che sfugge ai suoi rigidi canoni identitari.
Ma dietro le parole si cela ben più di una boutade da talk show: l’Ungheria di Orban continua a calpestare principi fondamentali dell’Unione europea, come la libertà di espressione, il diritto di manifestare pacificamente e la tutela delle minoranze. La Commissione europea da tempo ha avviato procedure di infrazione contro Budapest per violazioni sistematiche dello Stato di diritto, ma l’impressione è che i richiami diplomatici ormai scivolino su Orban come brillantina su un elmetto.
Con un linguaggio sempre più aggressivo e una politica che punta alla marginalizzazione di interi segmenti della società, il premier ungherese si allontana ogni giorno di più dal cuore valoriale dell’Europa. Il fatto che un evento dedicato alla visibilità e alla dignità di persone LGBTQ+ venga dipinto come una minaccia da neutralizzare non è solo triste: è un campanello d’allarme democratico.
In un continente che ha fatto della pluralità e dei diritti la propria bandiera, la retorica di Orban risuona come un vecchio disco stonato, nostalgico di autoritarismi e ansioso di capri espiatori. Ma se Budapest vuole davvero restare in Europa, prima o poi dovrà scegliere se stare con chi costruisce ponti di civiltà o con chi issa muri di ignoranza.
