Kiev – La notte su Kiev è stata ancora una volta illuminata dai bagliori dei missili. Un’ondata di raid russi ha colpito duramente la capitale ucraina, provocando almeno 15 vittime e distruggendo interi edifici residenziali. Le sirene d’allarme sono risuonate per ore, mentre le squadre di soccorso lavoravano tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti.
Si tratta di uno dei bombardamenti più violenti delle ultime settimane, segno che il conflitto sta attraversando una nuova, pericolosa fase. Non solo sul fronte militare, ma anche su quello della diplomazia internazionale, dove le tensioni si fanno sempre più esplicite.
La Russia ha puntato il dito contro la Gran Bretagna, accusandola apertamente di fornire supporto tecnico e operativo agli attacchi compiuti dai servizi ucraini all’interno del territorio russo. Il riferimento è in particolare agli assalti del primo giugno contro aeroporti militari nelle regioni di Bryansk e Kursk, oltre a sabotaggi ferroviari che hanno colpito la logistica dell’esercito russo.
Secondo il servizio di intelligence estero russo, Londra avrebbe contribuito alla pianificazione degli attacchi definiti “terroristici”, in quello che Mosca considera un diretto coinvolgimento occidentale nella guerra. Accuse gravi, che alzano ulteriormente il livello dello scontro tra il Cremlino e i governi occidentali.
Nel frattempo, il Ministero della Difesa ucraino ha confermato il rientro di 1.245 salme di soldati caduti, provenienti dalle linee del fronte e consegnate dalla parte russa. L’accordo raggiunto a Istanbul per il rimpatrio dei 6.000 militari ucraini morti viene così formalmente dichiarato concluso da Kiev. Un dato che aggiunge un ulteriore volto umano al peso devastante della guerra, che si misura ormai anche in numeri di ritorni funebri.
Sul fronte geopolitico, mentre l’Europa discute nuove misure per contenere l’espansionismo russo, da oltre Atlantico arriva la voce dell’ex presidente Donald Trump, che commenta con toni netti: “Le sanzioni alla Russia? Le faccia prima l’Europa”. Una frase che suona come l’ennesimo segnale di disimpegno strategico da parte degli Stati Uniti in vista delle presidenziali americane, e che mette a disagio le cancellerie europee, costrette ad affrontare il conflitto in prima linea.
Il quadro che emerge è quello di una guerra che si irrigidisce su più fronti: militare, diplomatico, narrativo. E mentre il conto delle vittime continua a salire, la prospettiva di una tregua appare ancora lontana.
