Tel Aviv–Teheran – Il fragile equilibrio del Medio Oriente è precipitato in una nuova spirale di violenza. Nella notte tra lunedì e martedì, almeno venti missili iraniani hanno colpito il territorio israeliano, causando esplosioni a Tel Aviv e Gerusalemme, in quello che è il più grave scambio diretto tra Iran e Israele degli ultimi anni.
L’offensiva arriva poche ore dopo un attacco israeliano condotto contro la sede della tv di Stato iraniana a Teheran, dove si contano diverse vittime. L’azione, secondo fonti militari, avrebbe preso di mira postazioni sensibili del regime e rappresenterebbe una risposta mirata a operazioni iraniane precedenti.
Il colpo più pesante, però, è stato l’annuncio della morte del generale Ali Shadmani, appena nominato (venerdì scorso) capo del comando unificato delle forze armate iraniane, il cosiddetto Khatam al-Anbiya, centro nevralgico delle operazioni militari congiunte della Repubblica islamica. L’uccisione di Shadmani, confermata da fonti israeliane, segna un’escalation che potrebbe cambiare le sorti dell’intera regione.
Ma l’attacco israeliano potrebbe non essersi fermato qui. In una dichiarazione carica di tensione, il premier Benjamin Netanyahu non ha escluso che l’esercito israeliano abbia colpito anche la guida suprema Ali Khamenei, che da giorni sarebbe nascosto in un bunker sotterraneo, secondo informazioni dei servizi di intelligence. Un’affermazione che, se confermata, segnerebbe un punto di non ritorno.
In Iran, l’emergenza si tinge anche di inquietudine politica. “Il destino della Repubblica Islamica oggi coincide con quello dell’intero Paese. Ogni colpo al sistema è un colpo all’Iran”, ha dichiarato Javad Emam, portavoce del Fronte Riformista, la principale coalizione d’opposizione interna, con un appello all’unità nazionale. In un’intervista riportata dal sito Iran International, Emam ha aggiunto: “Non si può essere bersaglio di attacchi sostenuti dagli Stati Uniti e al tempo stesso sedersi al tavolo dei negoziati”. Un messaggio rivolto tanto all’establishment quanto alla comunità internazionale.
L’intensificarsi delle ostilità solleva ora il timore di una guerra regionale su vasta scala, con effetti imprevedibili sull’intera area mediorientale. Le cancellerie europee seguono con crescente preoccupazione gli sviluppi, mentre a Washington si valuta l’opportunità di un nuovo intervento diplomatico per scongiurare il tracollo.
Ma sul terreno, il clima è già quello di un conflitto aperto. E le prossime ore saranno decisive per capire se ci sarà un punto di ritorno — o se il Medio Oriente si prepara a un’altra lunga notte.
