SALERNO – Il sipario si è alzato su una Settimana della Musica che promette emozioni, e lo ha fatto nel modo più spettacolare: con un teatro Verdi gremito fino all’ultima poltrona, un’orchestra giovane e brillante, due star internazionali come Amii Stewart e Alessandro Quarta, e la direzione musicale energica ed elegante di Jacopo Sipari di Pescasseroli. Una serata che non è stata solo musica, ma un manifesto d’intenti: superare i generi, abbattere i confini, parlare a tutti.
L’iniziativa, promossa dal Conservatorio “Giuseppe Martucci” di Salerno e fortemente voluta dal direttore Fulvio Artiano con il sostegno del Consiglio di Amministrazione, apre in grande stile una manifestazione che, da quattro anni, trasforma la città in un palcoscenico diffuso. Un progetto nato dall’intuizione del compianto Fulvio Maffia e dell’allora presidente Aniello Cerrato, che continua a far “rumore”, per citare Diodato, illuminando con suoni e colori il golfo salernitano.
Una sinfonia di generi e visioni
In scena, una vera e propria fusione di linguaggi, dall’eleganza senza tempo della musica sinfonica al vigore ritmico del soul, fino alle vertigini improvvisative del jazz e alla passione struggente del tango. Il giovane Konzertmeister Tommaso Troisi ha guidato gli archi con sicurezza e slancio, rispondendo con prontezza alle sollecitazioni di Quarta, che ha firmato anche tutti gli arrangiamenti orchestrali.
La direzione di Sipari, cosmopolita nella visione ma saldamente ancorata alla realtà locale, ha cucito insieme le trame sonore di una serata intensa, dove nulla è stato lasciato al caso, nonostante qualche difficoltà organizzativa alla vigilia: caldo opprimente in sala, service tecnico mediocre, assenza di un vero direttore di produzione, supplita con fatica dallo stesso team musicale e dal segretario artistico Antonio Marzullo.
Stewart e Quarta: maestri dell’anima
Due i momenti di maggiore intensità emotiva: “Nearer My God to Thee”, toccante inno cristiano, e “God Bless the Child”, tributo sentito a Billie Holiday. La Stewart ha trasformato questi brani in preghiere collettive, con un’intensità che ha travalicato il canto: voce che danza tra dolore e speranza, tra spiritualità e denuncia. In “God Bless the Child”, i suoi retards e le frasi sospese hanno evocato lo spirito di Lady Day, con un fraseggio intimo e frastagliato, ricco di ombre e sfumature.
In “Fine and Mellow”, invece, la Stewart ha virato verso una lettura più libera e contemporanea, dialogando in punta di fioretto con il violino graffiante di Alessandro Quarta, tra le dodici battute di blues rese celebri da Lester Young e Coleman Hawkins. Un duello immaginifico tra emozione e virtuosismo, tra passato e presente.
Il fuoco del tango e l’energia del soul
Quarta ha aperto il suo set con una rilettura vibrante di “Oblivion” di Piazzolla, proseguendo con l’originale “Jeanne y Paul” e un “Libertango” infuocato, che ha messo alla prova l’orchestra, preparata con cura dal Maestro Raffaele D’Andria. Il tango, nelle mani di Quarta, è simbolo di riscatto e identità collettiva, una musica che trascina e scuote, fatta di ostinati ipnotici, tensione ritmica e improvvisazioni taglienti.
Applausi convinti per “Tarantula”, omaggio alla pizzica salentina, e per l’omaggio a Nino Rota, con temi da Amarcord, La dolce vita e Otto e mezzo, resi con ironia e leggerezza.
L’ensemble orchestrale ha brillato nei timbri dei legni, con il flauto di Andrea Ronca, l’oboe di Giuseppe Feraru e il clarinetto di Manuel Magurno, protagonisti nell’introduzione di “Saharian Dream”, una delle perle della Stewart. Elegante l’omaggio a Ennio Morricone, con il tema d’amore di Nuovo Cinema Paradiso e “Metti una sera a cena”.
Il cuore jazz della serata ha trovato in “Spain” di Chick Corea un centro pulsante, mentre il quartetto d’appoggio – Cristian Martina alla batteria, Michele Colaci al contrabbasso, Franco Chirivì alla chitarra e Giuseppe Magagnino al pianoforte – ha saputo adattarsi con gusto e sensibilità a ogni virata stilistica, regalando momenti di puro interplay.
Gran finale: soul, energia e partecipazione
Il finale è stato un crescendo esplosivo, con “Purple Rain” e “Knock on Wood” che hanno fatto alzare in piedi il pubblico, coinvolto anche fisicamente dal gesto ampio e generoso di Sipari, che non ha esitato a danzare sul podio.
Poi è stata la volta di “Etere – Il quinto elemento”, firmata da Quarta, a chiudere idealmente un viaggio musicale senza confini. Ultimo sigillo: un medley in omaggio ad Aretha Franklin, con la Stewart in pieno soul power su “A Natural Woman”, “Dr. Feelgood” e “Respect”.
L’orchestra del Conservatorio Martucci, animata dall’entusiasmo giovanile ma sorretta da una professionalità crescente, si è dimostrata all’altezza della sfida. Un’esperienza formativa e coinvolgente, capace di unire le generazioni, abbattere barriere culturali e aprire nuove rotte per la musica dal vivo.
In un momento storico segnato da fratture e conflitti, il palco del Verdi ha ricordato che l’arte può ancora essere un luogo di resistenza e rinascita. E che la musica, quando è totale, non ha bisogno di etichette per toccare il cuore.
