25 Settembre 2026, venerdì
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Il Tar annulla i Daspo a CasaPound: uno schiaffo alla Costituzione

Saluti romani ad Acca Larentia: la decisione del Tribunale amministrativo rimuove i divieti di accesso alle manifestazioni per i militanti neofascisti. Una sentenza che solleva interrogativi gravi sul rispetto delle leggi Scelba e Mancino.

A cura di Daniele Cappa

Il Tar del Lazio cancella i Daspo inflitti a esponenti di CasaPound per i saluti romani durante la commemorazione ad Acca Larentia. E con quella firma, che nel linguaggio del diritto suona neutra e impersonale, arriva invece una sberla alle fondamenta repubblicane dell’ordinamento italiano.

La decisione, resa nota con enfasi dal movimento neofascista, accoglie i ricorsi presentati da vari militanti, tra cui Gianluca Iannone e Luca Marsella, e annulla i provvedimenti disposti dalla Questura in seguito agli eventi del 7 gennaio, quando decine di uomini tesi nel saluto romano ricordavano i giovani del Fronte della Gioventù uccisi nel 1978.

CasaPound esulta: “Una vittoria politica e giuridica”, scrive in una nota. Ma la sentenza, per quanto debba essere rispettata sul piano formale, suscita un allarme profondo. Perché riconoscere l’inammissibilità di quei Daspo, con la motivazione che non possono essere applicati in relazione ai reati contestati, significa — di fatto — svuotare di senso le leggi Scelba e Mancino, che vietano l’apologia del fascismo e la propaganda di ideologie razziste o totalitarie.

Nel dispositivo, il Tar contesta il ricorso a uno “strumento preventivo fuori contesto”. Tradotto: il Daspo, misura pensata per contrastare la violenza negli stadi o in occasioni pubbliche a rischio, non sarebbe adeguato per i fatti in questione. Ma il nodo non è tecnico. È politico, storico e costituzionale.

Il saluto romano non è un gesto neutro. È il simbolo di un’ideologia bandita dalla nostra Carta fondamentale e da norme precise. È una provocazione consapevole, reiterata, che si nutre del culto del martirio neofascista per rivendicare oggi — nel cuore di Roma — un’identità politica apertamente ostile alla democrazia. Lungi dall’essere un semplice “momento di raccoglimento”, come lo descrive CasaPound, quella messa in scena rappresenta un atto di sfida alla Repubblica nata dalla Resistenza.

Il Tar, con questa sentenza, non solo riduce l’efficacia di strumenti di contenimento preventivo. Ma, più in profondità, finisce per legittimare una narrazione vittimista che ribalta i ruoli, presentando chi rievoca simboli del Ventennio come perseguitato da un potere repressivo. È un ribaltamento pericoloso, che ignora il significato storico e giuridico di quei gesti.

Non è in discussione la legittimità formale della sentenza. Ma è doveroso sottolineare che essa contraddice lo spirito stesso della Costituzione italiana, fondata sull’antifascismo come principio non negoziabile. E che si pone in contrasto con l’impianto normativo costruito proprio per impedire il ritorno — anche solo simbolico — delle ideologie che portarono il Paese nella tragedia della dittatura, della guerra e della persecuzione.

Una sentenza si rispetta. Ma non si può tacere quando il diritto viene piegato fino a sputare in faccia alla Costituzione.

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