5 Ottobre 2026, lunedì
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Freedom Flotilla, Israele rimpatria gli attivisti: Greta Thunberg torna in Svezia. Tensioni con Parigi

La giovane attivista ambientale tra i passeggeri della nave umanitaria intercettata in acque internazionali. Cinque cittadini francesi rifiutano il rimpatrio e ora rischiano un processo in Israele. Sullo sfondo, nuove tensioni tra Netanyahu e Washington sul dossier iraniano.

TEL AVIV – Si è conclusa con un’ondata di rimpatri forzati la vicenda della Freedom Flotilla, la missione navale con a bordo attivisti internazionali diretti a Gaza con aiuti umanitari, intercettata e bloccata nei giorni scorsi dalla marina israeliana. Tra gli espulsi figura anche la celebre attivista svedese Greta Thunberg, già in volo verso il suo Paese dopo essere stata trattenuta per alcune ore all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.

La flottiglia, composta da imbarcazioni civili battenti bandiere di diversi Paesi, aveva tentato di forzare il blocco navale imposto su Gaza per consegnare materiali medici e beni essenziali. Israele ha però considerato la missione una provocazione politica e una violazione delle proprie leggi sulla sicurezza. Dopo l’abbordaggio, tutti i passeggeri sono stati fermati, identificati e destinati al rimpatrio forzato.

Se per la maggior parte degli attivisti il ritorno in patria è stato immediato, non è andata così per i sei cittadini francesi coinvolti. Come ha confermato il ministro degli Esteri di Parigi Franck Barrot, cinque di loro hanno rifiutato di firmare i documenti di espulsione, opponendosi al rientro in Francia. Solo uno ha accettato di essere rimpatriato. “Chi non collabora con le autorità israeliane – ha dichiarato Barrot – sarà deferito all’autorità giudiziaria, come previsto dalla legislazione israeliana. La nostra ambasciata sta monitorando da vicino la situazione”.

La posizione di Tel Aviv è chiara: ogni tentativo di forzare il blocco su Gaza viene considerato un atto ostile e trattato secondo le leggi interne. L’episodio riaccende anche il dibattito internazionale sullo stato dell’assedio e sulla crescente mobilitazione di attivisti e Ong, che denunciano una crisi umanitaria nella Striscia.

Intanto, sul piano diplomatico, la tensione si allarga a uno dei dossier più delicati del momento: il nucleare iraniano. Nelle stesse ore in cui si consumava il braccio di ferro con gli attivisti, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto un colloquio telefonico con Donald Trump, nel quale ha espresso forte contrarietà a qualsiasi ipotesi di accordo con Teheran.

Gli Stati Uniti, secondo fonti diplomatiche, sarebbero intenzionati a riaprire il dialogo con l’Iran per evitare che la Repubblica islamica sviluppi armamenti nucleari. Ma da Gerusalemme arriva un secco no. “Ogni negoziato con il regime degli ayatollah è inaccettabile”, avrebbe ribadito Netanyahu, che teme un allentamento delle pressioni internazionali sull’Iran possa destabilizzare ulteriormente l’intero Medio Oriente.

Il caso Freedom Flotilla si inserisce così in un contesto geopolitico infiammato, tra crisi umanitarie, dossier atomici e diritti civili. E, ancora una volta, Gaza diventa teatro simbolico di un conflitto più ampio, dove le voci degli attivisti si scontrano con i muri della diplomazia e della sicurezza.

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