A cura di Daniele Cappa
Il governo della propaganda e delle contraddizioni
A Roma, nella sontuosa cornice di Palazzo Brancaccio, Giorgia Meloni è salita ancora una volta sul palco della comunicazione per difendere la sua leadership, partecipando all’evento “Il giorno de La Verità”. Un nome simbolico, quasi ironico, se confrontato con l’attuale distanza tra la narrazione del governo e la realtà quotidiana del Paese.
“Che si tenti di osteggiare il governo mi sembra naturale. Che ci si riesca, mi pare difficile”, ha dichiarato il presidente del Consiglio, rivendicando la presunta compattezza della maggioranza. Ma la compattezza che Meloni ostenta non si riflette nei dati economici, nel consenso sociale o nella capacità dell’esecutivo di incidere realmente sulla qualità della vita degli italiani. Il suo governo si regge su una comunicazione martellante, fatta di slogan, di frasi ad effetto e di rassicurazioni scollegate dai risultati.
Una retorica stanca, un’Italia stremata
“La maggioranza lavora bene”, insiste Meloni. Ma quale lavoro? Quello su cui pesano i tagli ai servizi pubblici, il gelo nei rapporti sindacali, le promesse disattese sul fisco e la sanità, la confusione sulla scuola e la pericolosa ambiguità sui diritti civili? La realtà è che l’Italia – tra caro vita, precarietà e tensioni sociali – sembra ogni giorno più lontana dal “nuovo miracolo italiano” che la premier aveva promesso.
In un passaggio chiave, Meloni ha dichiarato: “Lavoro perché questa legislatura arrivi alla fine con questo governo, è la sfida più grande”. Un’ammissione indiretta delle difficoltà che attraversano l’esecutivo, costretto a navigare tra spinte centripete interne e una crescente disillusione tra gli elettori.
Sovranismo d’accatto e diplomazia immaginaria
Meloni ha poi rispolverato la retorica nazionalista: “L’Italia non è la ruota di scorta di Francia e Germania”. Una frase che suona bene nelle piazze digitali del suo elettorato, ma che stride con la marginalità del nostro Paese nei principali dossier europei. L’Italia conta, certo. Ma sempre meno, e soprattutto quando si presenta ai tavoli internazionali con l’affidabilità di chi cambia idea ogni settimana e si barrica dietro una presunta “autonomia strategica” che spesso rasenta l’isolamento.
Le regionali? Solo un dettaglio (forse)
Sulle prossime elezioni regionali, Meloni cerca di raffreddare le aspettative: “Non sono dirimenti”, afferma, ricordando che “da inizio legislatura siamo 11 a 3”. Ma dietro la matematica elettorale si cela la paura di un voto che potrebbe misurare la reale tenuta del consenso, oggi più fragile di quanto Palazzo Chigi voglia far credere.
Cittadinanza, referendum e diritti: il freno a mano tirato
Netto il no alla proposta di ridurre a cinque anni i tempi per ottenere la cittadinanza italiana: “La legge attuale è ottima”. Una posizione che nega l’evidenza, visto che il nostro impianto normativo è tra i più rigidi d’Europa e non tiene conto dei cambiamenti sociali degli ultimi decenni. Meloni ha anche precisato che non ritirerà la scheda referendaria ai prossimi quesiti: “Andrò al seggio per rispetto, ma non condivido i contenuti”. Un equilibrismo che non nasconde l’imbarazzo di chi preferisce l’astensione all’assunzione di responsabilità.
Sul dramma di Gaza, parole tardive
Infine, un accenno alla crisi mediorientale: “Israele si fermi subito e tuteli i civili”. Parole che arrivano tardi e senza una linea politica coerente. Dopo mesi di silenzi, ambiguità e timori di dispiacere gli alleati internazionali, Meloni pronuncia un monito che sa più di riposizionamento tattico che di reale presa di posizione.
Conclusione: un Paese che osserva, giudica e aspetta
Il governo Meloni continua a vivere di dichiarazioni e spot, mentre il Paese reale arranca. Gli italiani sembrano aver capito di che pasta è fatto questo esecutivo: molta propaganda, pochi risultati. La democrazia – quella vera, fatta di partecipazione, trasparenza e rispetto delle regole – non arretra solo per le leggi. Arretra anche quando chi governa smette di ascoltare, di mediare, di cercare la verità.
E in fondo, la vera sfida per Giorgia Meloni non è far durare la legislatura. È riuscire a farlo senza perdere del tutto la credibilità.
