ROMA – «Andrò a votare, ma non ritirerò la scheda». Bastano nove parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per scatenare un terremoto politico alla vigilia di un referendum che tocca nervi scoperti: diritti sul lavoro, precarietà, sicurezza e licenziamenti. Un pronunciamento che, più che una dichiarazione personale, suona come un messaggio politico pesantissimo – e, secondo le opposizioni, pericolosamente dissimulato.
Lo sdegno non ha tardato a manifestarsi. A guidare l’indignazione è stato l’ex premier e leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte: «È vergognoso – ha scritto sui social – che un Presidente del Consiglio inviti, di fatto, all’astensione proprio il 2 giugno, giornata simbolo della democrazia italiana. In quasi trent’anni di politica, Meloni non ha mai difeso chi lavora e oggi manda un messaggio devastante: scegliere di non scegliere».
Il nodo dell’astensione “attiva”
Il gesto – formalmente legittimo – consiste nel recarsi al seggio, firmare per la registrazione e poi rifiutare la scheda referendaria. Tecnicamente, non è un’astensione in senso stretto, ma a livello numerico l’effetto è identico: l’elettore non partecipa al conteggio dei voti validi, contribuendo al mancato raggiungimento del quorum. Una strategia ben nota, ma che fa discutere quando a metterla in atto è la principale figura istituzionale del Paese.
«Non si tratta di una partecipazione alternativa – incalza il senatore PD Dario Parrini – ma di un inganno. È una forma di astensione travestita, che serve solo a sabotare il referendum. Un Presidente del Consiglio dovrebbe avere il massimo rispetto delle istituzioni e della verità, non piegare le regole alla propria convenienza».
Parole durissime che trovano eco anche in Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra): «Ora la lista dei sabotatori è completa. Prima La Russa, poi i ministri, ora anche la premier. Temono la volontà popolare, perché sanno che su lavoro e diritti sono in minoranza nel Paese».
Una data simbolica, una scelta divisiva
Che la scelta sia arrivata proprio il 2 giugno, Festa della Repubblica, ha reso la dichiarazione di Meloni ancor più divisiva. In una data che celebra la nascita della democrazia repubblicana e il primo voto delle donne, la rinuncia a esprimersi su questioni cruciali per milioni di lavoratori appare a molti come un gesto politico oltre che istituzionale.
«È un messaggio devastante – ribadisce Conte – perché arriva da chi, più di tutti, dovrebbe incentivare la partecipazione popolare. Invece, si preferisce il silenzio, l’ambiguità, la paura del confronto».
Il significato politico del referendum
Il referendum dell’8 e 9 giugno, promosso da CGIL e sostenuto da ampi settori della società civile, mira a introdurre maggiori tutele per i lavoratori, contrastare la precarietà, aumentare la sicurezza nei luoghi di lavoro e limitare i licenziamenti ingiustificati. Temi che, in tempi di inflazione, disuguaglianze crescenti e incidenti sul lavoro in aumento, toccano corde profonde nel Paese.
Per questo l’astensione della premier viene letta non solo come un atto di distanza, ma come una mossa politica precisa: non far raggiungere il quorum, e quindi svuotare di efficacia uno strumento previsto dalla Costituzione. Una mossa che, secondo gli avversari, riflette il timore di una vittoria referendaria che metterebbe in discussione la linea del governo sul lavoro.
L’appello delle opposizioni: “Andate a votare”
Il fronte progressista – PD, M5S, AVS e altre forze civiche – rilancia l’appello alla mobilitazione. «Se il governo ha paura del voto, è il momento di andare alle urne con ancora più convinzione – afferma Bonelli –. Chi non vota lascia la scelta agli altri. Chi vota, invece, può cambiare davvero le cose».
E anche Parrini chiude con un invito chiaro: «Non lasciamo che il referendum venga affossato per calcoli politici. L’8 e il 9 giugno si vota per i diritti, per la sicurezza, per un futuro più equo. La miglior risposta a chi cerca di disinnescare la partecipazione è andare a votare».
