VENEZIA – Filippo Turetta, il 23enne di Torreglia condannato all’ergastolo per l’omicidio brutale dell’ex compagna Giulia Cecchettin, tornerà davanti ai giudici. La sua difesa ha infatti presentato ricorso in Appello contro la sentenza della Corte d’Assise di Venezia, emessa a dicembre 2024. Lo confermano fonti legali e media locali.
A firmare l’istanza è l’avvocato Giovanni Caruso, difensore di Turetta, che contesta l’impianto accusatorio su due fronti principali: la premeditazione del delitto, considerata un’aggravante determinante nella condanna, e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. “Non ci fu un piano lucido e organizzato – sostiene il legale – ma un gesto estremo maturato in un contesto emotivo compromesso e degenerato”.
Il nodo della premeditazione
Secondo la Corte d’Assise, l’uccisione di Giulia Cecchettin sarebbe stata preceduta da una fase di pianificazione. Le prove raccolte, tra cui i messaggi, gli spostamenti tracciati e l’uso dell’auto per tendere un agguato, avevano convinto i giudici che Turetta non avesse agito d’impulso. Ma la difesa insiste: nessun movente lucido, nessun disegno consapevole. Solo un’escalation di rabbia e disagio, culminata in una tragedia irreparabile.
Richieste di attenuanti
La seconda linea difensiva punta sul comportamento tenuto da Turetta dopo l’arresto. L’imputato si è consegnato senza opporre resistenza, ha collaborato con gli inquirenti e ha mantenuto un atteggiamento collaborativo durante l’intero iter processuale. Elementi che, secondo la difesa, dovrebbero valere il riconoscimento delle attenuanti generiche e una riduzione della pena. “Il processo – sottolinea l’avvocato Caruso – non può prescindere dall’umanità residua di chi ha commesso un delitto, per quanto gravissimo”.
Il dolore della famiglia Cecchettin e il valore simbolico della sentenza
La sentenza di primo grado all’ergastolo aveva rappresentato, per la famiglia Cecchettin e per l’opinione pubblica, una risposta forte e netta a un delitto che ha scosso l’intero Paese. Giulia, 22 anni, era diventata il volto tragico di un femminicidio consumato all’interno di una relazione tossica e possessiva, come troppe altre in Italia. Il processo aveva assunto fin da subito una valenza simbolica, in un contesto sociale attraversato da crescenti mobilitazioni contro la violenza di genere.
Uno scontro giudiziario destinato a riaccendere il dibattito
Il ricorso in Appello riapre ora una partita delicatissima, che oltre a un profilo giuridico porta con sé un carico emotivo e politico profondo. La richiesta di ridurre la pena non potrà che accendere il dibattito tra chi invoca una giustizia inflessibile e chi, pur senza negare la gravità del crimine, ritiene che anche il carcere debba avere uno sguardo rieducativo.
L’ultima parola spetterà ora alla Corte d’Appello, chiamata a decidere se confermare l’ergastolo o ridimensionare la condanna. Ma, comunque vada, la ferita lasciata da quella sera di novembre resta una cicatrice aperta nella coscienza collettiva del Paese.
