SEUL – A meno di un mese dalle elezioni presidenziali anticipate che dovranno sanare la profonda crisi istituzionale in cui è precipitata la Corea del Sud, l’ex presidente Yoon Suk Yeol annuncia ufficialmente la sua uscita dal Partito del Potere Popolare (PPP), il partito conservatore al governo fino alla sua clamorosa estromissione.
«Oggi lascio il Partito del Potere Popolare», ha scritto Yoon in un post pubblicato su Facebook, accompagnato da un appello – in apparenza contraddittorio – a sostenere il candidato ufficiale del partito, Kim Moon-soo, ex ministro del Lavoro.
La mossa arriva in un clima politico incandescente. Yoon è stato impeachmentato il mese scorso, dopo che erano emerse prove di un presunto tentativo di imporre la legge marziale per impedire una manifestazione di massa dell’opposizione. L’accusa formalizzata nei suoi confronti è tra le più gravi che un leader democratico possa affrontare: insurrezione.
La sua rimozione ha fatto precipitare il Paese in una crisi costituzionale senza precedenti, spingendo il Parlamento a convocare elezioni straordinarie per il prossimo 3 giugno. Il PPP, travolto dallo scandalo, è apparso spaccato e indebolito, con crescenti pressioni interne ed esterne per prendere definitivamente le distanze da Yoon, ormai percepito come un leader delegittimato e pericoloso.
In questo scenario, si fa strada con forza Lee Jae-myung, leader del Partito Democratico, già sfidante di Yoon nelle presidenziali del 2022. Secondo gli ultimi sondaggi, Lee ha allargato il margine di vantaggio e appare oggi come il favorito per riportare il Paese sotto una guida progressista, promettendo “rigore istituzionale e riconciliazione nazionale”.
Il Partito del Potere Popolare tenta ora di ricostruire la propria credibilità con una campagna elettorale che si muove sul filo dell’ambiguità: da un lato Kim Moon-soo, figura istituzionale e moderata, dall’altro la pesante eredità dell’ex presidente che, pur autoescludendosi, non rinuncia a esercitare un’influenza ombra, come dimostra il suo appello a votare per il candidato del partito che lo ha appena scaricato.
Le elezioni del 3 giugno non saranno solo una sfida tra progressisti e conservatori. Saranno un referendum sulla tenuta democratica del Paese, dopo un tentativo eversivo che ha scosso nel profondo la fiducia delle istituzioni. E mentre Yoon si ritira (almeno formalmente), la Corea del Sud guarda al futuro con la speranza che questa volta la democrazia regga il colpo.
