Roma – Dopo sei mesi di silenzio forzato, una voce al telefono ha riportato un barlume di speranza nella casa della famiglia Trentini. Alberto, 46 anni, cooperante veneziano arrestato in Venezuela con l’accusa di terrorismo, ha potuto parlare con i suoi familiari per la prima volta dal giorno della sua detenzione, avvenuta il 15 novembre 2024. Una chiamata attesa per 181 giorni, che arriva dal penitenziario di El Rodeo I, nella periferia di Caracas, dove l’uomo è rinchiuso da mesi in condizioni che hanno destato forte preoccupazione.
“Sto bene, le mie condizioni sono stabili, prendo le medicine”, avrebbe detto al telefono, cercando di rassicurare i suoi cari. Soffre di ipertensione e necessita di cure farmacologiche costanti, aspetto che nei mesi scorsi ha aumentato l’allarme sulla sua salute.
La notizia della telefonata è stata accolta con “sollievo” dal governo italiano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli ha parlato di un segnale positivo, “frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica”, ringraziando pubblicamente il presidente venezuelano Nicolás Maduro per l’apertura e auspicando “una rapida scarcerazione del nostro connazionale”.
Il caso di Alberto Trentini, cooperante della ONG Humanity & Inclusion, impegnata in progetti di assistenza a persone con disabilità, si è trasformato negli ultimi mesi in una questione diplomatica di primo piano. Arrivato in Venezuela il 17 ottobre scorso per una missione umanitaria, era scomparso dai radar solo poche settimane dopo. L’ultimo contatto con la famiglia risale proprio al giorno dell’arresto.
Da allora, un lungo silenzio interrotto solo da voci, appelli e pressioni politiche. A gennaio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva convocato l’incaricato d’affari del Venezuela a Roma per protestare contro la mancata comunicazione sulla detenzione del cooperante e per l’espulsione di tre diplomatici italiani. A marzo, lo stesso Tajani aveva definito la trattativa per la liberazione “molto complicata”, ma seguita “giorno per giorno”. Ad aprile, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha telefonato personalmente alla madre di Alberto, Armanda Colusso, per assicurare l’impegno costante del governo.
Nel frattempo, il caso ha mobilitato anche la società civile. Familiari, amici, associazioni e ONG hanno lanciato appelli pubblici, raccolte firme e petizioni, denunciando le accuse mosse contro il cooperante come infondate e politicamente motivate. In molti vedono nel suo arresto un segnale della crescente repressione in Venezuela, dove il rispetto dei diritti umani rimane una preoccupazione internazionale.
La telefonata non cambia lo status giudiziario di Trentini, ma rappresenta una svolta umana e diplomatica. Per la prima volta, la famiglia ha potuto sentirne la voce, sapere che è vivo e che, nonostante tutto, resiste.
La Farnesina prosegue il pressing. “La priorità – fanno sapere fonti del Ministero – resta il rilascio e il rientro in Italia”. Una battaglia che, a questo punto, riguarda non solo un cittadino italiano, ma il principio stesso della tutela internazionale dei cooperanti e del diritto alla giustizia.
Il volto di Alberto, il suo impegno umanitario, la sua voce che rompe sei mesi di silenzio, sono ora simboli di una resistenza pacifica che guarda oltre le sbarre. Con un desiderio semplice e universale: tornare a casa.
