27 Luglio 2026, lunedì
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Democrazia Condominiale: Perché ai Referendum Serve il 50%+1 e ai Governi No?

C’è un paradosso tutto italiano, silenzioso ma tenace, che si ripresenta puntualmente a ogni tornata elettorale e a ogni referendum.

A cura di Daniele Cappa

Non si tratta dell’astensionismo (che ormai di paradossale ha ben poco, essendo la regola), ma di una contraddizione che riguarda i criteri di legittimità democratica.

La domanda è semplice: perché per considerare valido un referendum abrogativo serve il 50% più uno degli aventi diritto al voto, mentre un governo può insediarsi con il consenso di una frazione infinitesimale dell’elettorato?

L’articolo 75 della Costituzione e il “quorum”

La risposta, almeno formalmente, è scritta nella nostra Costituzione, precisamente all’articolo 75, che recita:

«È indetto un referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedano cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.»

Questo è il famoso quorum di partecipazione: almeno il 50%+1 degli elettori devono recarsi alle urne, altrimenti il referendum non è valido, a prescindere dal risultato.

Nel caso delle elezioni politiche, invece, nessun quorum è previsto. Conta solo la maggioranza relativa tra chi effettivamente vota. Una formula che, con il progressivo calo dell’affluenza, ha prodotto risultati sempre più esigui in termini di rappresentanza reale.

I numeri (impietosi) dell’affluenza e della rappresentanza

Vediamo qualche dato concreto, partendo dalle elezioni politiche del 2022:

  • Affluenza nazionale: 63,91% (la più bassa della storia repubblicana).
  • Fratelli d’Italia (primo partito): 26,0% dei voti espressi.
  • Consenso effettivo sul totale degli elettori:
    63,91% × 26,0% = 16,6%.

In parole povere: 1 italiano su 6 ha votato il partito che esprime oggi la Presidenza del Consiglio. Eppure, su questa base numerica, si esercita il pieno potere legislativo ed esecutivo.

Per confronto, vediamo due referendum recenti:

  • Referendum abrogativi sulla giustizia (2022):
    • Affluenza media: 20,9%
    • Risultato: tutti falliti per mancato raggiungimento del quorum.
  • Referendum sulle trivelle (2016):
    • Affluenza: 31,19%
    • Voti favorevoli: oltre l’85%.
    • Risultato: non valido.

Un paradosso che si potrebbe riassumere così: con il 31% degli italiani che votano “sì”, non si abroga una norma; con il 16% si forma un governo.

Un problema strutturale (e non solo italiano)

Il referendum abrogativo è stato concepito come uno strumento eccezionale di democrazia diretta, non come un metodo ordinario di governo. E questo è coerente con l’architettura della democrazia rappresentativa. Tuttavia, nel corso del tempo, la differenza di trattamento tra i due meccanismi è diventata sempre più dissonante rispetto alla realtà politica e sociale.

Non tutti i paesi pongono un quorum referendario:

  • Svizzera: patria della democrazia diretta, non prevede alcun quorum. Se il referendum passa, anche con pochi voti, ha valore legale. Questo incentiva la partecipazione e responsabilizza i cittadini.
  • Germania: utilizza il referendum solo a livello locale o in contesti straordinari, con regole variabili da Land a Land.
  • Regno Unito: il referendum sulla Brexit (2016) ha avuto affluenza al 72,2%, ma non esisteva alcun quorum: bastava la maggioranza semplice.

Il principio del “quorum negativo”

C’è poi un effetto perverso, tutto italiano, che i giuristi chiamano “quorum negativo”: per affossare un referendum, non è necessario votare “no” – basta non andare a votare. È una strategia usata sistematicamente da partiti contrari, che preferiscono l’astensione al dibattito. Di fatto, il non voto diventa un voto attivo. Un’anomalia democratica che premia l’indifferenza e punisce l’impegno.

Come scrisse Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale:

«La democrazia non è fatta solo di numeri, ma anche di parole e confronto. L’astensione sistematica è il veleno del processo democratico.»

Il condominio come metafora della democrazia

Ed eccoci al nostro condominio. Immaginate un’assemblea con 100 condomini. Si presentano in 40. Di questi, solo 11 votano per cambiare il detersivo delle scale. Una tale minoranza non basterebbe nemmeno per approvare una spesa ordinaria, secondo il Codice Civile.

Infatti, l’art. 1136 del Codice Civile stabilisce:

«Le deliberazioni dell’assemblea sono valide con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno un terzo del valore dell’edificio.»

Cioè: per approvare qualunque decisione, serve una maggioranza reale. Eppure, per formare un governo, basta molto meno.

Serve una riflessione seria

È legittimo, allora, chiedersi se questa asimmetria di criteri democratici non stia minando la fiducia nel sistema. In un contesto di astensionismo crescente, il rischio è che una minoranza attiva prenda decisioni per una maggioranza silenziosa e sempre più disillusa.

Forse è tempo di rivedere:

  • il quorum referendario, che oggi è una barriera più che una garanzia;
  • i sistemi elettorali, per rafforzare la rappresentatività degli eletti;
  • e soprattutto, la cultura civica, che dovrebbe incoraggiare la partecipazione, non penalizzarla.

Conclusione: votare non dovrebbe essere un atto eroico

In fondo, votare non dovrebbe essere un atto di resistenza, ma un diritto esercitabile con fiducia. Una democrazia sana non ha paura del voto, né di pochi né di molti. Ma oggi, da noi, si chiede di più a chi vuole abrogare una legge, che a chi vuole governare una nazione.

È una strana democrazia quella in cui si alza l’asticella per chi partecipa, e la si abbassa per chi comanda.

E allora sì, forse davvero vale il detto che in Italia la politica è più complicata dell’amministrazione di un condominio. Ma almeno lì, per decidere, servono i millesimi. Qui, basta una buona strategia di comunicazione e un calendario favorevole.

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