Roma — Più che una riforma, un passo indietro. È durissimo il giudizio che arriva dai gruppi parlamentari di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra nei confronti della ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. In una nota congiunta, i rappresentanti delle tre forze politiche accusano la titolare del dicastero di presentare in modo “distorto” la condizione reale del sistema universitario italiano, fondato – denunciano – sul lavoro instabile di oltre 35.000 precari della ricerca.
Secondo Alfredo D’Attorre (PD), Antonio Caso (M5S) ed Elisabetta Piccolotti (AVS), le parole e le proposte della ministra Bernini mancano completamente il bersaglio. Il vero nodo, spiegano, non è l’introduzione di nuove figure contrattuali precarie, ma il drastico ridimensionamento dei finanziamenti al comparto universitario: l’FFO 2024 (Fondo di Finanziamento Ordinario) segna infatti un taglio reale di circa 800 milioni di euro, su una dotazione complessiva di poco superiore ai 9 miliardi. Un taglio che rischia di minare alle fondamenta l’intero impianto della ricerca pubblica italiana.
La questione post-PNRR e i fondi in fuga
Nella nota, le opposizioni evidenziano con preoccupazione l’assenza di qualsiasi strategia per affrontare il delicato passaggio alla fase successiva al PNRR. “Senza un piano strutturale e finanziamenti certi – affermano – ogni riforma rischia di essere una facciata”. Una situazione, aggiungono, che costringe l’Italia a perdere risorse umane e competenze preziose, mentre altri Paesi europei consolidano le loro strutture di ricerca.
Il caso Marie Curie e l’emendamento “chirurgico”
Particolare attenzione viene rivolta al caso dei vincitori delle borse europee Marie Skłodowska-Curie per i programmi di dottorato (DN-MSCA), sollevato anche dal premio Nobel Giorgio Parisi. “La soluzione è possibile – spiegano D’Attorre, Caso e Piccolotti – attraverso un piccolo emendamento tecnico alla legge del 2022 che ha introdotto il contratto di ricerca. È un intervento semplice, già proposto, che nulla ha a che vedere con il disegno di legge 1240 voluto dalla ministra”.
Quel disegno di legge, ora arenato in Senato, è stato oggetto di critiche non solo da parte dell’opposizione parlamentare, ma anche da ampi settori del mondo accademico e scientifico. “Il DDL 1240 rischia una bocciatura da parte della Commissione Europea – avvertono i firmatari della nota – in quanto in contrasto con gli impegni assunti nell’ambito del PNRR e con i principi sanciti dalla Carta europea dei ricercatori”.
“Opposizione ignorata sui temi chiave, ora diventa comoda per scaricare responsabilità”
Non manca, infine, un passaggio polemico sulla gestione politica dell’intero dossier da parte del governo. “Stupisce – scrivono – che ora si cerchi il consenso delle opposizioni per risolvere un problema tecnico. Quando si è trattato di decisioni ben più rilevanti, come il decreto-Bandecchi a favore degli atenei telematici privati, nessuno ha sentito la necessità di confronto”.
Il messaggio è chiaro: per l’opposizione, affrontare seriamente i problemi strutturali del sistema universitario e della ricerca non può prescindere da un’iniezione sostanziale di risorse e da una visione che restituisca centralità al lavoro scientifico. E proprio su questi fronti, secondo PD, M5S e AVS, la ministra Bernini sta fallendo.
