6 Ottobre 2026, martedì
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Referendum ignorati, democrazia in pericolo: perché l’8 e 9 giugno votare è un dovere civile

Daniele Cappa (M5S Vercelli): «Astensione come strategia per disinnescare il cambiamento. Se non si raggiunge il quorum, vincono il silenzio e l’immobilismo»

In un Paese dove il dibattito politico si accende spesso per dichiarazioni marginali o polemiche effimere, colpisce il silenzio che circonda i referendum in programma per l’8 e 9 giugno. A oggi, a poco più di un mese dalla consultazione, i principali talk show e il servizio pubblico non hanno dedicato nemmeno un minuto alla questione. Eppure si tratta di quesiti che toccano diritti fondamentali: giustizia sociale, cittadinanza, equità nel lavoro.

Paradossalmente, l’unico impulso informativo è arrivato da chi ha chiesto di non andare a votare. L’appello all’astensione del vicepremier Antonio Tajani ha avuto un effetto boomerang: ha fatto scoprire a milioni di cittadini che si voterà davvero. Ma può un diritto costituzionale essere trattato come un fastidio da evitare?

Il referendum, strumento cardine della democrazia diretta, è stato pensato per restituire la parola ai cittadini su temi cruciali. Tuttavia, perché sia valido, è necessario che venga superato il quorum: il 50% +1 degli aventi diritto deve recarsi alle urne. Non raggiungere questa soglia non significa “neutralità”, ma lasciare che vinca lo status quo. In altre parole, chi non vota favorisce – di fatto – il mantenimento di ciò che il referendum vuole cambiare.

Ed è proprio questo lo scenario più pericoloso: l’astensione organizzata come arma politica. Un meccanismo che svuota il referendum di senso e potere, e mina alle fondamenta la fiducia nella partecipazione democratica. Se un’intera campagna referendaria viene messa a tacere, se i cittadini vengono scoraggiati dal votare, il rischio è duplice: da un lato l’immobilismo, dall’altro la rassegnazione.

I referendum in oggetto propongono misure di buon senso: regolarizzare chi vive e contribuisce nel nostro Paese, rafforzare i diritti nel mondo del lavoro, intervenire su storture che da anni penalizzano milioni di persone. Non sono bandiere ideologiche, ma scelte concrete che potrebbero migliorare la vita quotidiana di tanti.

Il Movimento 5 Stelle – spiega Daniele Cappa, coordinatore del M5S della provincia di Vercelli – sostiene con convinzione i primi quattro quesiti, lasciando libertà di voto sul quinto. «Io personalmente dico SÌ a tutti e cinque. Ma più importante del voto in sé, è la partecipazione. Il vero avversario, oggi, è l’indifferenza che ci vogliono imporre. Chi ha paura del cambiamento invita a restare a casa. Chi ama il proprio Paese, invece, lo cambia. Partecipando».

Se il quorum non sarà raggiunto, non solo verranno respinti i quesiti, ma si consoliderà un messaggio pericoloso: che la volontà popolare può essere disinnescata semplicemente ignorandola. Sarebbe una sconfitta per tutti, indipendentemente dalle idee politiche.

Per questo l’8 e il 9 giugno non è in gioco solo l’approvazione o meno di cinque quesiti. È in gioco la tenuta della democrazia partecipativa. Non si tratta di fare un favore a un partito, ma di esercitare un diritto conquistato con fatica. Restare a casa significa delegare ad altri la decisione su questioni che ci toccano da vicino.

La vera posta in palio è la dignità della nostra voce collettiva. E il modo più semplice – e potente – per farla valere è mettere una croce su una scheda.

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