A tre giorni dalla strage di Sumy, dove un massiccio bombardamento russo ha provocato almeno 35 morti e centinaia di feriti, il mondo diplomatico si muove su un terreno minato. Il G7, riunitosi per esprimere una condanna unanime dell’attacco, si è scontrato con il no degli Stati Uniti, che hanno rifiutato di firmare il comunicato per non compromettere i delicati negoziati in corso con Mosca. Un segnale che riflette le fratture sotterranee nelle strategie occidentali, divise tra la fermezza e la necessità di non chiudere del tutto i canali con il Cremlino.
Nel frattempo, l’Alleanza Atlantica si mostra compatta sul piano militare e simbolico. Il segretario generale designato, Mark Rutte, ha fatto visita a Odessa accanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, esprimendo un messaggio chiaro: “Il popolo ucraino ha sopportato così tanto, non ultimo l’attacco russo della Domenica delle Palme. Il sostegno della NATO è incrollabile”. Le sue parole arrivano in un momento critico per Kyiv, che cerca di rafforzare la fiducia interna ed esterna nella propria capacità di resistenza.
Proprio in quest’ottica si inserisce la decisione di Zelensky di licenziare il governatore della regione di Sumy, Volodymyr Artyukh. Una mossa che suona come una risposta politica e amministrativa alla strage, ma che potrebbe anche rispecchiare tensioni interne nella gestione dell’emergenza. Nessuna spiegazione ufficiale è stata finora fornita dal governo.
Da Mosca, il tono resta ambiguo ma aperto. Il Cremlino ha confermato che Russia e Stati Uniti stanno mantenendo contatti attraverso diversi canali per cercare una via verso il cessate il fuoco. Tuttavia, ha anche avvertito che “non bisogna aspettarsi risultati immediati”, sottolineando la complessità della situazione e le distanze ancora siderali tra le parti.
Il silenzio (diplomatico) degli Stati Uniti sulla strage di Sumy non è passato inosservato. A fronte di un’escalation sempre più drammatica sul terreno, si fa strada la consapevolezza che ogni parola e ogni omissione hanno un peso. E che, tra bombe, dichiarazioni e silenzi, la pace resta ancora un obiettivo lontano e fragile.
